FEMMINA O FEMINA

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Mi sono chiesta come mai fior di giornalisti, giuristi e politici, gente mediamente istruita (che ha fatto le scuole, avrebbe detto mia nonna), dicano e scrivano “femminicidio” con un’impudica doppia m, facendolo derivare dall’italiano femmina e non, come convenzioni della lingua imporrebbero, dal latino foemina. Un obbrobrio, linguisticamente parlando, quasi pari al delitto che definisce.  Il suffisso –cidio è parlata giuridico-colta e ammette solo abbinamenti con lessemi di diretta estrazione latina oppure greca; di qui omicidio (da latino homo, hominis) e non “uomicidio”, fratricidio e non “fratellicidio”, uxoricidio, suicidio, genocidio, e via enumerando senza eccezioni. Quindi, obbligatoriamente, feminicidio, con un’emme sola, non altrimenti da “effeminato” che ha la stessa origine e che nessuno dei suddetti si sognerebbe di scrivere con due.  Sciatteria? dilettantismo? ribellismo grammaticale? Niente di tutto questo. La ragione vera deve essere un’altra, non meno sottaciuta. Dopo mesi e mesi di salassi fiscali e funambolismi politici alle spalle del cittadino, quella in difesa delle donne è finalmente una legge a favore della società civile. La politica e i suoi accoliti fiutano l’ultima occasione per tentare di risalire il discredito e mostrare un Palazzo non insensibile ai problemi della gente. La partita si gioca anche sul linguaggio, instrumentum regni. Quindi al bando il gergo giuridico, algido e distante; il politico parli come il popolo, assuma la lingua della massa, o che ritiene tale, affinché appaia che anch’egli ne fa parte. Quella seconda emme, surrettiziamente inserita, non è dunque sgrammaticatura, è messaggio pubblico, captatio benevolentiae, foglia di fico. La storia è vecchia: a mano a mano che si dissolve la sostanza della democrazia se ne moltiplicano i simulacri.  Tuttavia, in questo populismo lessicale, in questo ingaglioffirsi della lingua, attenzione a non oltrepassare il segno, pena il ridicolo. Non serve scomodare Totò e la malafemmina per sapere che nell’italiano moderno la parola “femmina” applicata agli umani  ha ormai valore spregiativo, evoca afrori e corpi da possedere, un’idea della donna come oggetto di concupiscenza esattamente opposta a quella che la legge dovrebbe sostenere. E’ come se nella legge contro l’omofobia quest’ultima fosse chiamata frociofobia. A meno che, bizzarria per bizzarria, sotto sotto non si nasconda un intento didascalico e moralizzante, ed evocando l’immagine della “femmina” non si voglia sottolineare la natura abbietta, appunto primitiva e bestiale del comportamento maschile in questione. Chissà. Ma gli stalker sono individui contorti e autoindulgenti e non vorrei che un giorno o l’altro qualcuno di costoro dicesse: femminicidio? che c’entra? mica persèguito una femmina,  io persèguito una signora.