SULLA PANCHINA – PERCORSI DELLO SGUARDO NEI GIARDINI E NELL’ARTE

178

Gli oggetti insignificanti sono spesso i più avvincenti. Il fatto è che essi significano, in verità, proprio attraverso la loro manifesta insignificanza. Sfuggendo all’attenzione questi oggetti preservano un’aura che li protegge. A questa categoria appartiene la panchina. La si utilizza al fine di abbassare la soglia dell’intenzionalità indispensabile alla vita corrente; ci si riposa, ci si sorprende, ci si sottrae, lo spazio di un istante, allo sforzo permanente di relazionarsi con il mondo.

Esordisce così, con queste parole, Michael Jakob nel suo saggio “Sulla panchina” (Einaudi), guidandoci in un viaggio sorprendente attraverso i giardini e le epoche, dalla Toscana rinascimentale alla Francia del Settecento, dalla Russia degli anni Venti ai paesaggi industriali della contemporaneità.

In questo viaggio Jakob prova a ricostruire le molteplici vite di un’entità desueta, quella della panchina.

Dalle panchine reali, alle «panche di via» di Firenze o Pienza, da quelle stravaganti di Bomarzo, a quelle letterarie (Rousseau, Stifter, Sartre) o artistiche (Manet, Monet, Van Gogh, Liebermann),

Quando ci sediamo su una panchina – spiega ancora l’autore – in cerca di un momento di riposo o per godere della vista di un paesaggio, quasi mai ci rendiamo conto di quanto questo oggetto, in apparenza banale e insignificante, funzioni come una vera e propria macchina visiva, «intelligente e visionaria», in grado di farci comprendere la realtà che abitiamo. Obbedendo a una semplice quanto efficace strategia visiva, la panchina, mentre apparta dal flusso del mondo, crea situazioni e paesaggi particolari, insegna, suscita, cita. Orienta il nostro sguardo e modella il nostro stato d’animo.