ALLA SCOPERTA DI PIANCASTAGNA DI PONZONE

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Piancastagna di Ponzone. Si chiamava così perché una volta la raccolta delle castagne era una delle attività prevalenti e più importanti della zona. Poi la crisi del prodotto, coincisa con il boom economico, ha determinato il declino del “pane dei poveri” e il conseguente abbattimento di tutti gli alberi.

I monumentali “erbo”, come si chiamano in dialetto gli alberi del castagno,non ci sono più. Così di loro rimane solo il nome, con l’addio malinconicodi chi si ricorda ancora dei maestosi fusti e dei grandi rami, centenarie sculture della natura paragonabili solo agli ulivi.

Castagneti secolari che si possono ancora ammirare in pochi boschi piemontesi e toscani, dove la lungimiranza di alcuni,sommata alla mancanza di richiesta di legname, ne hanno determinato, per nostra fortuna, la sopravvivenza.

I boschi del ponzonese sono serviti pure alla Repubblica marinara di Genova per la costruzione del fasciame delle navi e anche ad alimentare,con il carbone di legna, le fucine e le cucine di mezza Liguria. Si narra pure, nella bellissima leggenda del Monferrato, che Aleramo, non ancora marchese di tale terra, appena fuggito dalla corte dell’imperatore Ottone I con in sposa una delle figlie predilette del sovrano, per sopravvivere si adattò con un gruppo di boscaioli locale a fare il carbonaio in queste foreste, per vendere il carbone di legna alle cucine del Vescovo di Albenga. La citazione ci raggiunge da cronache di fine Medioevo.

Ora lo spettacolo delle colline ricche di verde è rinvigorito e resta sempre unico, come lo sono le quinte dello scenografico avvicendarsi nel palcoscenico dei primi contrafforti del preappennino ligure. Visione che incanta chi guarda sia verso il Monviso sia dalla parte opposta. Non per nulla la mitica guida rossa del Touring Club lo classificava già, oltre 50 anni fa, come uno dei due più bei belvederi d’Italia.

Chi è stato fortunato ha visto questo “bel di Dio” dalla finestra del bar Malò a Ponzone, che nelle giornate giuste, incorniciava una veduta mozzafiato dominante su tutta una serie di alture e di valli che crescevano man mano fino alle Alpi Cozie, dominate dalla loro montagna regina, il Monviso.

Una meraviglia, bisogna andarci e vedere per credere. Bisogna osservare i tramonti e la luce che questi spalmano sulla mezza montagna ponzonese, la quale,oltre al nostro sguardo, sulla sinistra, degradadolcemente verso il mare. Che dire quando la mattina i verdi intensi cambiano colore sotto il sole, o quando, nascostoimprovvisamente dietro a qualche sparuta nuvola, la sua luce offuscata raggiunge e macchia di ombre scure le varie essenze arboree, con tonalità degne della miglior scuole impressionista.

Sono belli questi verdi anche quando la pioggia fa il suo dovere, abbeverando bosco e sotto bosco e sostenendo questa vitale riserva di ossigeno,seminando nuova linfa a uno dei prodotti principe del bosco, il Boletus Edulis, meglio conosciuto come fungo porcino, che in questi boschi si trova ottimo e in abbondanza, in compagnia dell’ovulo buono e dei finferli.

In mezzo a queste, alte colline o basse montagne come si preferisce, tra i 700 e gli 800 metri sul livello del mare, sono nati, utilizzando le strade aperte per portare a casa il legname, sentieri e percorsi di grande suggestione e rara bellezza. Sono tutti segnalati e completano un’offerta di natura e di escursioni che fanno felici gli amanti delle camminate in mezzo a giovani castagneti, roverie la pianta pioniera, il ginepro, ricca di galbule, cioèdi famose coccole.

Bisogna avventurarsi in questi sentieri e la scelta non è semplice, non si sa da dove cominciare, dal percorso natura o da quello didattico che porta alla cascina della Regione Piemonte con l’apiario, e poi il sentiero dei partigiani per una memoria che non deve cadere nell’oblio di qualche sperduto cassetto della nostra recente storia. Il Sacrario di Piancastagnaricorda la strenue lotta del partigiano “Mingo”, il comandante Domenico Lanza capitano dei garibaldini della “Buranella”, ucciso con altri sette compagni, tre dei quali ignoti, per contrastare un rastrellamento dei tedeschi.