GHEDINI – CHI ERA COSTUI?

Di: A. L.
28 ottobre 2017

Ghedini – chi era costui?

Non il noto avvocato di Berlusconi ma il più celebre e più dimenticato Giorgio Federico, esimio compositore torinese e uno dei protagonisti del Novecento musicale italiano.

Giorgio Federico Ghedini (1892-1965) in realtà nacque a Cuneo da famiglia di origini emiliane, ma  a Torino giunse ragazzino e qui visse per quasi cinquant’anni. La Torino dell’epoca era la piccola, industriosa e un po’ spettrale città dipinta da De Chirico, la città di Gozzano e dell’Esposizione Universale, del cinema Ambrosio, dell’architetto Fenoglio, della Procultura femminile e della Stampa di Frassati, delle caramelle Peyrano…

Per Ghedini fu soprattutto la città dell’illustre critico Andrea della Corte con la sua favolosa biblioteca e dell’editore Bocca di via Carlo Alberto, che già ai primi del secolo pubblicava Nietzsche, Oscar Wilde, Maeterlinck e, fiore all’occhiello fra altre riviste accademiche, la ‘Rivista Musicale Italiana’, primo periodico in Italia di studi storici e scientifici sulla musica, diretta di fatto da Romualdo Giani.

Ecco un altro torinese dimenticato, il Giani, dandy raffinato e coltissimo, che non esitava a polemizzare con Benedetto Croce, e che per il giovane provinciale affamato di sapere, fu una specie di Pigmalione.

Negli anni ’20 Ghedini cominciò a godere di una certa considerazione, non tanto a Torino (per ‘la contradizion che nol consente’) ma nel resto d’Italia, con alcune musiche molto belle che, com’era alla moda, guardavano all’antico, alla poesia medievale (Jacopone da Todi) e alle forme seicentesche (Partita per orchestra).

Ma il teatro era l’attrazione fatale. Con la morte di Puccini (1924) il melodramma era in crisi profonda, vilipeso dai crociani come provincialismo volgare, sballottato tra manierismi canori e sperimentazioni snob e penitenziali, ormai privo di quel marchio D.O.C. su cui aveva vissuto in passato.

Ghedini è ambizioso e determinato e si butta nell’agone. Il suo esordio fu Maria d’Alessandria (1937), un drammone molto d’annunziano sulla storia di Maria, prostituta egizia, imbarcata su una nave di pellegrini per la Terrasanta, che finirà col redimersi trasformando in empito mistico la torbida sensualità.

Il libretto dell’opera è greve e ridondante, ma la musica regge e affronta di petto quello che sarà il problema irrisolto di tutta la musica del Novecento: tenere insieme modernità di linguaggio e comunicazione col pubblico, il diavolo e l’acqua santa.

Le tre opere successive furono torinesi come più non si potrebbe: torinese il compositore, torinese purosangue il librettista Tullio Pinelli (sì proprio lui, lo sceneggiatore della Dolce vita e di tutti maggiori film di Fellini); e nel caso di Re Hassan, torinese  anche la fonte della libretto, un romanzo storico per ragazzi scritto da una professoressa di liceo per l’editore Paravia sulla caduta di Granada del 1492.

Una cupa vicenda di trame politiche e famigliari, che sotto la penna di Ghedini e Pinelli diviene una riflessione pessimistica sulla decadenza morale alle radici della morte di una civiltà.

Segue La pulce d’oro, operina ridanciana e grottesca, ma non meno amara: narra di una coppia di osti così avida da farsi beffare da un buontempone che li induce a credere di possedere una pulce che tramuta in oro tutto ciò che morde. Ovviamente la pulce scappa e si nasconde nelle vesti della figliola dei due osti; per sorvegliare meglio il prodigioso animaletto il giovanotto andrà a dormire nella camera della figliola (il resto non ve lo racconto).

La terza opera di Pinelli/Ghedini, composta in tempo di guerra (1941-44), sarà nientemeno che le Baccanti di Euripide, la più tragica beffa ti tutta la letteratura. Dramma al calor bianco, musica aspra, tesissima sino al finale: l’urlo di Agave quando scopre che la testa infilzata sul tirso è quella di suo figlio Penteo, che le Baccanti ingannate da Dioniso hanno scambiato per un leone.

Nel frattempo, fra un’opera e l’altra, Ghedini non tralascia lavori collaterali, come le colonne sonore per la produzione cinematografica torinese:  il Don Bosco di Goffredo Alessandrini per la Lux Film di Riccardo Gualino (1935), Pietro Micca di Aldo Vergano per la Taurinia Film di Luigi Mottura, e persino la musica per un documentario di Mario Gromo sulla costruzione della Fiat Mirafiori (1939), che non verrà mai proiettato a causa della guerra imminente.

Dopo la guerra Ghedini si dedicò con maggior lena alla musica orchestrale e da concerto, con alcuni capolavori degli anni ’40 e ’50 di straordinaria bellezza sonora. E’ ormai raro poterli ascoltare, ma se vi capita l’occasione vi suggerisco di non lasciarvela sfuggire. Ci fu ancora un’ultima opera teatrale, L’ipocrita felice, adattamento di Franco Antonicelli di un racconto di Max Beerbohm, una favola sarcastica “per uomini stanchi”. Ancora una volta, il pessimismo sulla natura umana si conferma come la cifra morale del suo teatro, come dire: una sublimazione musicale del mugugno torinese.

Ghedini era  all’apice della carriera, il compositore vivente più eseguito in Italia, dal 1951 al 1961 direttore del Conservatorio di Milano, ma la sua stella era ormai al declino. Emergeva all’orizzonte una nuova generazione di compositori che avevano ascoltato Anton Webern e letto Theodor Adorno e il libro di Leibowitz sulla dodecafonia; alcuni di loro erano stati suoi allievi a Milano ma non vedevano l’ora di assassinare il padre. Umorale, spigoloso, pronto ai rapidi innamoramenti come alle repentine antipatie, Ghedini non ci metterà molto, al primo segno di insofferenza, a rispondere con un rifiuto drastico e totale. Che non farà che affrettare il suo destino di oblio.

Ghedini – chi era costui?

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