BURNOUT

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Qualche giorno fa il mio medico ha usato una parola che non rientra abitualmente nel lessico corrente del rapporto medico-paziente: burnout (inglese, si pronuncia börnàut). Questa parola definisce una condizione personale complicata, assai diffusa e… gravosa. Si tratta di una sindrome complessa a componente prevalentemente psichica, che si instaura come risposta a una condizione di stress lavorativo prolungato e che viene definita da tre dimensioni caratteristiche: l’esaurimento emotivo, la depersonalizzazione e la mancata realizzazione personale. Un processo di logoramento o decadenza psicofisica che colpisce prevalentemente le persone fra i 30 e i 40 anni; esse perdono energia e in poco tempo non sono più capaci di sostenere e scaricare lo stress accumulato.

In inglese il termine burn-out significa “bruciarsi”. Chi soffre di questo problema non riesce più a distinguere tra la propria vita e quella delle persone per cui lavora. Come conseguenza, dice la letteratura specializzata, si sviluppa nella persona un cinismo di fondo, atteggiamento distaccato nei confronti del lavoro e delle persone che lì incontra. Da qui deriva l’inefficienza che contraddistingue chi ne è affetto.

 CINISMO

Ovviamente, la parola che abbiamo letto più sopra non si riferisce alla dottrina e alla setta dei filosofi cinici ma al “comportamento da persona cinica; impudente ostentazione di disprezzo verso le convenienze e le leggi morali e verso tutto ciò che è nobile e ideale: agire con freddo c.; mi ha urtato il c. delle sue parole” (Diz. Treccani). Se pensate che c’entrino i cani, non sbagliate: il nome “cinico” deriva dal greco antico kynikos, da kyôn, cane, ossia “alla maniera del cane”. Cani infatti erano chiamati al loro tempo i filosofi cinici; sembra che la parola “cane” gli sia stata affibbiata come insulto per il loro sfacciato rifiuto dei costumi tradizionali e per la loro decisione di vivere in strada.