DIVORZIO “ALL’ITALIANA”

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Nonostante i media ci martellino quasi continuamente con reality e film sui matrimoni (imponendoci mode discutibili come quella del wedding planner) , in Italia continuano a diminuire le coppie che decidono di sancire la loro unione in chiesa o in comune e, in compenso, aumentano i divorzi. Almeno stando ai dati dell’Istat.

Tanto per dare un po’ di numeri, rispetto al 1991, sarebbero oltre 3 milioni i coniugati in meno a vantaggio di un corrispettivo aumento di celibi e nubili. Nella classe di età compresa tra i 45 e i 54 anni quasi un uomo su quattro non si è mai sposato mentre è nubile quasi il 18% delle donne. Più che quadruplicati, invece, i divorziati, principalmente nella fascia compresa tra i 55 e i 64 anni d’età.

Sarà per questo forse che il nostro governo ha pensato bene fosse necessaria una riforma del diritto di famiglia. Peccato che l’intento sia sfociato nel contestatissimo decreto Pillon (la cui discussione in Senato è, non a caso, recentemente slittata), secondo il quale, si dovrebbe introdurre l’obbligatorietà della mediazione familiare, in caso di divorzio.

Il disegno di legge, detto in parole povere, impone che i coniugi in procinto di divorziare, si sottopongano prima di approdare in tribunale, ad un periodo di mediazione condotto da psicologi o altro personale preposto a tale compito, per vedere se il rapporto non si possa “rappezzare” in qualche modo. Peccato però che l’esborso richiesto per tale mediazione debba essere, sempre stando al decreto, totalmente a carico dei coniugi stessi.

Il provvedimento dovrebbe servire, almeno in teoria, a diminuire i contenziosi tra mariti e mogli o, a far si che questi ultimi siano motivati a riconciliarsi, ma in realtà, il rischio vero è che un obbligo di questo genere riesca, invece, solo a ritardare i tempi della separazione aggiungendo, per di più, ulteriori spese.

Ora non starò a spiegare per intero i punti del decreto perché ci sono già molti siti preposti a questo e mi limiterò, invece, a qualche osservazione.

Tralasciando il fatto che, come al solito, siamo in controtendenza con il resto d’Europa – dove mettere al mondo e allevare figli senza sposarsi è pressoché la norma – direi che un decreto del genere, che vorrebbe salvaguardare l’istituzione della famiglia, rischia invece, nella realtà, di affondarla definitivamente. Se infatti divorziare diventasse molto complesso e oneroso  (poiché al costo degli avvocati si aggiungerebbe anche quello per il mediatore) a molte persone, la voglia di sposarsi potrebbe passare del tutto. Soprattutto ai giovani che già faticano a trovare un lavoro stabile e ben retribuito e a mantenerlo.

A fronte di tanta instabilità e di così poche certezze su una ripresa economica, non mi sembra che aumentare le difficoltà di procedura e i costi per il divorzio, possa essere un grande incentivo a sposarsi.

Anche perché, a questo punto, non costerebbe più solo farli e disfarli, i matrimoni, ma anche cercare di salvarli … perché, vorrei ribadirlo, i mediatori e gli psicologi che ci sarebbero imposti per legge, non ce li passerebbe la mutua, ce li dovremmo pagare di tasca nostra.

Oltre ad incentivare le unioni civili e le convivenze, piuttosto che il matrimonio, se il decreto diventasse legge, potrebbe portare anche ad un aumento dei “separati in casa”.

Ma d’altronde quello di “separati in casa” è lo status che contraddistingue anche il nostro governo. Non ricordo esattamente se tale appellativo l’abbia coniato Mauro Corona in una puntata di #cartabianca o Maurizio Crozza ma, di fatto, è stato poi adottato un po’ da tutti.

Quindi forse si potrebbe quasi dire che i nostri politici stiano cercando di estendere tale loro modello anche ai singoli cittadini. Piuttosto che divorziare meglio stare insieme a suon di discussioni o magari anche litigate.

Personalmente credo ci siano poche cose più tristi di due coniugi che restano insieme solo per convenienza o per non dover affrontare i costi di un divorzio.

Ovviamente mi riferisco ai costi economici, perché quelli psicologici sarebbero, invece, quasi tutti a carico dei figli. Questi ultimi, poverini, sempre stando al suddetto disegno di legge, sarebbero equamente condivisi (ovvero sballottati) tra mamma e papà, secondo il principio dell’affidamento congiunto, rischiando così di perdere anche quel rimasuglio di stabilità e serenità già messo a dura prova dai massicci bombardamenti mediatici e tecnologici odierni.

Evidentemente l’allarme lanciato dai medici, su quanti minori instabili e iperattivi approdino già così, nei pronto soccorsi ospedalieri ogni giorno, dev’essere passato inosservato. Il deficit d’attenzione e l’iperattività di minori sempre più sbalestrati a destra e a manca, se li dovranno quindi sorbire i genitori, però a turno.  Poi, per carità, io non sono una psicologa e mi rendo conto che un tema così importante e delicato necessiterebbe di una disquisizione molto più approfondita, per cui mi limiterò alla questione della mediazione.

Anche perché, se proprio di mediazione si deve parlare, allora tanto varrebbe istituirne una per chi abbia deciso di sposarsi. Se ci fossero psicologi impegnati a scoraggiare chi si sposa in preda all’entusiasmo del momento o ad una cotta passeggera, di sicuro ci sarebbero anche meno divorzi.  Idem se ci fossero meno persone che si sposano per motivi futili o superficiali, pensando ad esempio, che il matrimonio sia una passeggiata o un escamotage per uscire da un momento di noia o per avere almeno una settimana nella vita di grandi festeggiamenti.

Non dobbiamo dimenticare che le nuove generazioni si sono formate alla scuola mediatica del Grande Fratello o di altri simili format, in cui il modello maschile imperante è il tronista palestrato che sbraita e, quello femminile invece, la velina sexy e accattivante. Eppure, nonostante questi siano quasi gli unici modelli che l’Italia mediatica propina da trent’anni a questa parte, i nostri attuali politici riescono a stupirsi e ad indignarsi perché i divorzi sono in aumento e cercano quindi di correre precipitosamente ai ripari, come se bastasse fare delle leggi coercitive per tornare ai valori dei nostri nonni  … o come se bastasse riavvolgere la storia alla moviola facendo finta che i processi sociali innescati da decenni possano essere, in qualche modo, facilmente reversibili.

Forse sarebbe il caso di suggerire ai nostri politici in carica anche testi di sociologi e/o psicologi quali Zygmunt Bauman e Massimo Recalcati.

Il primo spiega che, testuali parole “il tentativo di rivitalizzare le vecchie basi dell’etica (famiglia, comunità e tradizione), sembra sia ormai vano perché nella nostra società “essere liberi è diventato un principio guida”. Le tendenze improntate all’individualismo sono ormai troppo consolidate e sono il frutto, tra l’altro, della deregolamentazione sistematica di strutture una volta solide e durature come, ad esempio, il lavoro che era un diritto, mentre ora è diventato un privilegio.

Il secondo invece che “la famiglia non può essere solo un recinto disciplinare, luogo di un indottrinamento morale…luogo dello spegnimento del desiderio.  La famiglia non è solo questo. Certo può essere anche questo . È stata anche questo, storicamente. Soprattutto lo è stata prima dell’approvazione della legge sul divorzio. La legge sul divorzio – che alcuni criticano come una legge ostile alla famiglia,  come una legge che avrebbe dovuto distruggere la famiglia –  in realtà è la più grande difesa della famiglia, perché in fondo la libera dall’ipoteca drammatica del sacrificio. Perché se si è costretti a stare insieme, il legame familiare diventa un laccio , diventa una prigione  e l’aria che si respira è un’aria inquinata, è un’aria che non fa bene. Il legame familiare è un legame che si fonda solo e unicamente sull’amore”.

O almeno, aggiungerei, così dovrebbe essere.