NUOVI PARADOSSI TRA COPRIFUOCO, TRASPORTI E CURE

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Il termine coprifuoco, attualmente in uso per definire il divieto di uscire di casa in orario serale/notturno, mi piace assai poco. In primis perché rievoca scenari di guerra che per altro, la mia generazione può soltanto immaginare.  Seppure con l’ausilio di libri o film, anche molto realistici, non potremo mai sapere quale possa essere stata l’angoscia e la paura di vivere o sopravvivere nelle trincee o nei rifugi antiaerei sotto i bombardamenti.

Non si può fare un paragone tra la situazione attuale e quella, ad esempio delle due guerre mondiali. Lì si moriva davvero. Nel senso che, se un bombardamento era consistente, si poteva morire anche per il crollo di un rifugio, o magari perché non si era riusciti a raggiungerne uno. In ogni caso morire era facile e all’ordine del giorno. Molta gente non a caso, stando alle tante testimonianze, viveva alla giornata, come se non ci fosse un domani e in ogni caso, chi partiva per il fronte sapeva benissimo che avrebbe potuto, con buona probabilità, non tornare.

Lo scenario pandemico attuale non è neanche lontanamente paragonabile a quelli di una guerra. Forse poteva esserlo all’inizio, quando ancora non sapevamo nulla del Covid e quindi la paura era anche legittima, ma oggi sappiamo che esistono le cure. E che basterebbe usarle. Basterebbe avere una medicina di territorio più efficiente, ad esempio, in grado di intervenire precocemente, all’insorgere dei primi sintomi, senza dover aspettare che si debbano ospedalizzare i pazienti, dopo giorni di vigile attesa. Si potrebbero anche accelerare le vaccinazioni, ad esempio o si potrebbero usare le cure monoclonali. Se avessimo misure come queste, non avremmo bisogno del coprifuoco. E nemmeno di tornare eventualmente di nuovo in lockdown.

Il professor Francesco Vaia, direttore sanitario dell’Ospedale Spallanzani di Roma, ad esempio è uno di quei medici, tra i tanti, che  sostiene fermamente che, con le cure precoci domiciliari e quelle monoclonali, si possono ridurre i ricoveri ospedalieri dell’80%, se non di più . Eppure le linee guida ministeriali per intervenire sull’infezione da Sars-Cov 2 si limitano ancora oggi alla vigile attesa con somministrazione di Tachipirina che, non essendo un antinfiammatorio, agisce, i realtà, molto limitatamente. Basterebbero invece (e centinaia e centinaia di medici lo hanno ormai dimostrato) antinfiammatori, antitrombotici e antibiotici o cortisone, a seconda dei casi e dei sintomi, tutti normalissimi farmaci del prontuario farmacologico.

In alternativa, potremmo fare come ha fatto la Spagna che, per consentire a negozi, ristoranti e aziende di restare aperti (evitando la crisi economica che invece a noi toccherà affrontare), ha semplicemente aumentato i posti letto nei reparti Covid ospedalieri e ha iniziato a controllare le acque reflue per correre ai ripari solo nelle zone cittadine dove fossero emersi focolai.

Ma potremmo anche dare invece, in qualche modo, un’accelerata sui vaccini, come hanno fatto gli Stati Uniti o la Gran Bretagna. Quest’ultima, per velocizzare il raggiungimento della famigerata immunità di gregge ha deciso, ad esempio, di vaccinare molta più gente possibile con un sola prima dose, piuttosto che meno persone con entrambe le dosi e ora la vita, anche lì, come in Spagna e negli States, è tornata alla normalità: negozi, locali, cinema etc sono tutti aperti e la popolazione ha ripreso a vivere più o meno come prima.

Mentre però la Gran Bretagna ha tenuto un lockdown abbastanza serrato fino al raggiungimento di una buona quota di vaccinati, negli stati Uniti invece, come ha fatto notare Federico Rampini in collegamento nella scorsa puntata di “Presa diretta”, i cittadini sono sempre stati liberi di circolare, anche nei momenti più bui della pandemia. Forse per questo, ha ipotizzato Rampini, ora gli americani stanno reagendo con energia e con una ripresa dell’economia molto rapida; proprio perché non avrebbero avuto modo di abbattersi o di andare in crisi a causa di troppe restrizioni come è toccato, invece, a noi italiani. Ha inoltre fatto notare come fosse dispiaciuto nel sentire i suoi amici e conoscenti italiani sempre un po’ depressi, durante le loro conversazioni telefoniche, anche se questa sua affermazione ha imbarazzato quasi tutto l’uditorio presente in studio o collegato in streaming, innescando subito una sorta di indignazione dovuta, forse, alle convinzioni chiusuriste dei più.

L’italia, infatti, è ormai divisa tra chiusuristi e aperturisti (altre due definizioni che non mi piacciono) anche se questi ultimi stanno per lo più all’opposizione o in minoranza all’interno del governo. Niente di nuovo sotto il sole, comunque, visto che dall’epoca dei guelfi e ghibellini, l’Italia è sempre stata spaccata in almeno due fazioni opposte, ma qualcuno, intanto, ha fatto anche notare che il lockdown per noi è l’unica soluzione possibile perché la più veloce e meno costosa da attuare. In realtà a farlo notare sono stati in parecchi. Aumentare posti letto o reparti Covid e rimettere in sesto la medicina di territorio per le cure precoci, avrebbe probabilmente costi proibitivi per cui a noi non rimangono che i lockdown reiterati o, in alternativa, quando siamo fortunati, coprifuoco e aperture parziali. Restrizioni quindi sempre più severe o più reiterate di quelle adottate da qualsiasi altro Paese.

Devo dire che in effetti, alla luce di queste considerazioni, oggi mi pento di non essermi trasferita a vivere alle Canarie, quando avrei avuto l’opportunità di farlo, ma chi poteva immaginare che sarebbe arrivata una Pandemia di questa portata a far emergere tutta l’inadeguatezza del nostro Paese, di fronte alle emergenze? Questa situazione da fronteggiare, ha infatti portato all’esasperazione tutti i problemi che avevamo già prima, ma che più o meno si riuscivano, in assenza di “pericoli imminenti”, a nascondere un po’ meglio “sotto il tappeto”.

Penso inoltre che chiunque si sia stufato di sentirsi ripetere che bisogna scegliere tra salvaguardare la salute dei cittadini o l’economia del Paese. Come chiunque altro, infatti, anch’io vorrei una politica che fosse in grado di salvaguardare entrambe, senza lasciare indietro nessuno o discriminare ad esempio, i proprietari di palestre o ristoranti senza dehor, piuttosto che quelli che possiedono uno spazio all’aperto etc etc. Come hanno cercato di fare, riuscendoci anche abbastanza bene, parecchi altri Paesi: la Spagna, la Svezia o la Svizzera. Quest’inverno in Svizzera si poteva andare a sciare, una scelta che sicuramente li ha salvaguardati dal rischio di mandare totalmente a rotoli l’economia del comparto turistico, mentre da noi invece era vietato. O come stanno facendo, anche se con soluzioni diverse, gli Stati Uniti, l’Inghilterra e la Germania. Ovvero con le campagne vaccinali. Quest’ultima ha scelto un lockdown abbastanza drastico in un certo frangente (anche se, stando ai racconti di miei parenti che ci vivono, il loro concetto in tal senso è comunque, stranamente, un po’ meno rigoroso del nostro) ma almeno ha risarcito molto velocemente ristoratori e negozianti per tutti i mancati guadagni causati da mesi di chiusure obbligatorie. Qui, in Italia i ristori, o non sono proprio pervenuti e, nei casi in cui, invece, siano giunti a destinazione, riguardavano però cifre irrisorie o ridicole.

Sembra per altro che attualmente non ci siano neanche i fondi per rinnovare il parco trasporti delle principali città.  Il paradosso per tanto, è che, mentre per mesi la gente non ha potuto neanche andare in un ristorante (neppure osservando rigorosamente il distanziamento), poteva però in compenso affollare  metropolitane e autobus, nell’ora di punta. Sui mezzi pubblici infatti non c’è alcun controllo. E a nessuno è balenato per l’anticamera del cervello di aumentare le corse di tram e bus. Solo a Roma hanno pensato di utilizzare i Pullman turistici, per integrare le linee urbane, anche se poi si siano dimenticati di farlo sapere ai cittadini i quali continuavano ad ammassarsi sui mezzi che avevano l’abitudine di prendere … Evidentemente, come recita una vignetta che sta circolando sui social, al virus piace frequentare ristoranti e bar, nonché piste da sci e palestre, mentre invece sarebbe totalmente disinteressato a salire sui mezzi pubblici. Un’altra vignetta ironica è quella in cui si vede un vagone del metrò stipato di persone all’inverosimile, con una scritta che dice: ma lo capite o no che andare al bar a prendere il caffè è pericoloso?

Scherzi e vignette a parte, chiuderei con un’affermazione di Massimo Cacciari, docente di filosofia e già sindaco di Venezia, nonché europarlamentare nelle liste dei Democratici (uno insomma non propriamente ascrivibile all’attuale opposizione), il quale nella trasmissione Otto e Mezzo condotta da Lilli Gruber, ha dichiarato, riferendosi al coprifuoco: “E’ una stupidaggine totale, che sia alle 10 o che sia alle 11, perché il criterio – basta ragionarci un po’ – non può essere quello dell’orario … la mia è pura logica, non cambia niente se chiudo alle 10, o chiudo alle 11 o a mezza notte, quello che cambia sono i criteri di sicurezza e di protezione che si applicano nei diversi locali, qualsiasi locale, dalle chiese ai cinema ai ristoranti …”