Una volta si scendeva in piazza per cambiare il mondo, oggi ci si filma mentre si balla sul marciapiede. Una volta si sognava l’impossibile, oggi ci si accontenta di diventare virali su TikTok. La gioventù dei giorni nostri è forse il più grande fallimento della modernità. Non per colpa loro, certo — sarebbe troppo comodo puntare il dito solo contro i giovani — ma il risultato è sotto gli occhi di tutti: una generazione svuotata, anestetizzata, felicemente inconsapevole della propria prigionia.
Come fa notare il filosofo Paolo Ercolani dell’Università Carlo Bo di Urbino “Si spendono cifre astronomiche per potenziare l’intelligenza artificiale e quasi più nulla per quella umana”. Inoltre spiega come l’abuso di tecnologia provochi, soprattutto ai giovani, danni irreparabili.
Un nuovo studio condotto da Richard Flynn e da un suo collega mostra che tra il 1990 e il 2009, il QI ha cominciato lentamente ma inesorabilmente a calare. Un calo costante che oggi sembra sia un tracollo soprattutto se pensiamo alla percentuale di persone afflitte dal cosiddetto analfabetismo funzionale, ovvero quello per cui si è in grado di leggere un testo ma non di capirne il senso né di rielaborarlo o spiegarlo.
Tra le principali cause, sempre stando alle parole di Ercolani, la comparsa di nuove tecnologie digitali che, specialmente nel caso dei più giovani, rappresentano un potentissimo e pervasivo elemento di degradazione delle facoltà cognitive, emotive e relazionali.
Un effetto di quanto sopra si manifesta nella palese mancanza di consapevolezza dei propri diritti e nell’illusione di una libertà che in realtà non possiedono. D’altra parte, come spiega il filosofo e giurista Etiénne De La Boétie, nel suo “Discorso sulla servitù volontaria”, la strategia del potere è convincere gli schiavi di essere liberi. E, in effetti, mai come oggi i giovani si dichiarano “anticonformisti” mentre marciano compatti in un’uniformità fatta di piercing, tatuaggi seriali, abiti trasandati spacciati per “espressione di sé”. Ma non è espressione, è pubblicità. È moda spacciata per identità.
La politica? Un campo minato che nessuno osa attraversare. Non per paura, ma per noia, per distacco, per disillusione. In Italia quasi il 16,1 % dei giovani tra i 15 e i 29 anni non studia, non lavora e non si forma: sono i NEET (Not in Employment, Education or Training), nonostante un calo recente dal picco del 26 % del 2014 . È un primato europeo (media UE 11,2 %), con punte al Sud ben più alte. Intere generazioni che non sognano più il futuro, ma lo evitano. Che non si preparano a cambiarlo, ma a subirlo.
E chi può, scappa. Tra il 2011 e il 2023, circa 550.000 giovani italiani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato il Paese, la metà erano laureati, e il 35 % dei giovani del Nord è pronto ad emigrare per migliori opportunità. Il risultato: formiamo talenti per regalarli altrove, mentre qui restano la precarietà, lo sfruttamento, i contratti usa-e-getta.
Il peggio è che molti giovani, proprio per la mancanza di consapevolezza dei propri diritti, non sanno come difendersi: accettano lavoro nero, contratti incomprensibili, paghe da fame, perché “così va il mercato”. La fiducia nei sindacati è minima, come la conoscenza dei propri strumenti di tutela. I dati più recenti mostrano che l’Italia è fanalino di coda nei tassi di occupazione tra i giovani, soprattutto le ragazze e i maschi under‑24: solo il 23,6 % dei giovani maschi 15‑24 anni lavora, contro il 36,9 % della media UE . Il risultato è una generazione che non protesta, perché non sa neppure come fare.
Intanto si rifugiano nell’apparenza. Molti si indignano sui social, ma non votano. Parlano per slogan, ma non leggono. Sognano di finire in un reality, non di scrivere un libro. Ambiscono a diventare influencer, non a cambiare le cose. L’immaginazione è stata sterilizzata, l’ambizione degradata. Nessuno vuole più essere: tutti vogliono apparire.
Questa generazione è stata privata di tutto ciò che conta: l’insofferenza verso l’ingiustizia, la fame di verità, il senso del limite, la passione per l’invisibile. Al loro posto, solo rumore, superficialità, cinismo e consumo compulsivo di sé stessi. Si è accettato senza fiatare di diventare target pubblicitari, avatar algoritmici, vetrine ambulanti. Si credono liberi perché possono scegliere un filtro su Instagram, ma non hanno mai imparato a scegliere davvero, a dissentire, a dubitare.
E mentre il mondo brucia — politicamente, climaticamente, moralmente — loro ballano, scrollano, acquistano. Convinti che basti un like per esistere. Il peggio? È che chiamano tutto questo felicità.
Ma forse, non tutto è perduto. Forse sotto il rumore c’è ancora chi resiste. Forse da qualche parte, in silenzio, un giovane legge un libro, scrive una poesia, sogna una rivoluzione. Forse la prossima vera ribellione sarà tornare a pensare. E forse, questa volta, sarà contagiosa.



