TUTTI GLI UOMINI POSSONO CAMBIARE LE COSE

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“Se vogliamo costruire un cambiamento sistemico dobbiamo partire da una consapevolezza fondamentale: il problema della violenza maschile contro le donne non si risolverà senza il coinvolgimento attivo degli uomini. Questo non significa additare genericamente il genere maschile come colpevole, ma riconoscere che la violenza di genere è un fenomeno strutturale, radicato in una società che normalizza dinamiche di potere, controllo e dominio”. A sostenere questa tesi è Irene Facheris, giovane attivista e formatrice che ha recentemente realizzato un libro e un podcast, “Tutti gli uomini (possono cambiare le cose)”, che si è piazzato al secondo posto nella classifica di Spotify.

Irene Facheris si occupa da anni di educazione alla parità di genere e decostruzione degli stereotipi sessisti. E’ formatrice, attivista e divulgatrice, e il suo lavoro si concentra sull’analisi critica dei modelli culturali che influenzano la nostra società, con particolare attenzione alla mascolinità e al suo ruolo nella riproduzione delle dinamiche di potere patriarcali.

Il podcast viene presentato proprio in questi giorni in diversi spazi come il Circolo dei lettori e delle lettrici di Torino (mercoledì 22 ottobre  alle 18). “Tutti gli uomini” nasce da un’urgenza personale e politica” spiega l’autrice “capire meglio chi sono gli uomini di oggi, come sono cambiati – o non cambiati – rispetto ai modelli patriarcali, e che ruolo possono avere nel percorso verso una società più giusta e paritaria … dall’urgenza di coinvolgere gli uomini in un dialogo aperto e responsabile sulla violenza di genere e sulla necessità di un cambiamento culturale”.

Attraverso testimonianze e riflessioni di tanti uomini, invitati a interrogarsi senza paura di esporsi, il libro affronta domande su mascolinità tossica, relazioni sane e modelli da trasmettere.

Ci sono uomini che, non riconoscendosi più negli stereotipi del machismo, hanno deciso, non solo di rispettare le donne nella loro vita privata e nella loro quotidianità, ma anche di difenderne pubblicamente le cause, mettendosi in discussione o per lo meno ponendosi delle domande sul proprio ruolo nella società attuale.

Non si tratta più dunque solo di attori e uomini di spettacolo (che hanno partecipato ad alcune campagne contro il femminicidio) o giornalisti e docenti come Riccardo Iacona e Stefan Bollman che hanno scritto saggi per denunciare quali difficoltà incontrano oggi le donne nel portare avanti le proprie vite, in relazione agli uomini e alle loro esigenze (rispettivamente “Se questi sono gli uomini” e “Le donne che pensano sono pericolose”).

Se le donne hanno dovuto lottare duramente per conquistarsi diritti come il voto, il divorzio e l’aborto, paradossalmente, oggi sembra che debbano farlo anche di più e per un diritto molto più basilare: per conquistarsi cioè, il diritto di vivere. E’ più che mai importante quindi che da parte degli uomini ci sia una presa di consapevolezza che permetta un dialogo e un confronto aperto.

L’indifferenza porta solo ad incancrenire i problemi esistenti rischiando che diventino fenomeni o piaghe sociali inarginabili, eppure sono molti gli uomini che, pur non essendo violenti o prevaricatori nei confronti delle donne, simpatizzano silenziosamente con quelli che invece lo sono oppure, molto più “comodamente”, si limitano a negare l’esistenza del problema.

Come spiegava molto bene Piero Iacona nel saggio di cui sopra ci sono “i cosiddetti ‘simpatizzanti’, quelli che le botte non le danno ma vorrebbero che la donna fosse sottomessa e se potessero, qualche schiaffo lo mollerebbero anche loro”. A questi si aggiungerebbero i ‘negazionisti’ quelli che pensano che il tema non esista, che anzi la realtà sia all’opposto – le donne che opprimono gli uomini – e che “se si fa chiasso attorno al femminicidio o alla violenza di genere è solo colpa della lobby femminista, aiutata da una serie di maschi traditori, spesso apostrofati come ‘froci’”

Il libro apparve sul mercato nel 2012. Sono passati quasi 14 anni. Le cose non sembrano molto migliorate. Anzi. Ma forse nuovi approcci e nuove prospettive, potrebbero sortire migliori effetti…

Come spiega ancora Facheris occorre “costruire nuovi spazi di confronto in cui gli uomini possano interrogarsi su sé stessi, sulla loro educazione sentimentale, sulla socializzazione alla mascolinità e sul loro ruolo” in modo che di questi argomenti e della violenza di genere possano parlarne anche e soprattutto tra loro. Lei, con le sue interviste e i suoi confronti pubblici, qualche risultato sembra averlo ottenuto.

Ogni puntata del podcast ruota attorno a una singola domanda e raccoglie le risposte degli intervistati. “Ai partecipanti” spiega l’autrice “chiedo di raccontare la prima volta che si sono resi conto di essere maschi, i modelli che hanno influenzato la loro idea di mascolinità, le difficoltà nel parlare di questi temi con gli amici e le donne, il rapporto con le proprie emozioni e la paura di essere percepiti come molesti. Le risposte rivelano un mondo complesso, fatto di solitudini, dubbi, tentativi di aderire a modelli prestabiliti e, talvolta, di ribellione a essi”.

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