Nel cuore di ogni epoca oscura si annida il conformismo che, silenzioso, trasforma le masse in greggi obbedienti pronte a marciare verso l’abisso senza un sussulto di dubbio. È dal conformismo che germinano i genocidi, le pulizie etniche e le violenze sistematiche contro popolazioni intere. Basti pensare all’Olocausto: milioni di tedeschi “rispettosi” delle leggi razziali naziste, che vedevano nei forni crematori non un orrore, ma un dovere civile. O al genocidio ruandese del 1994, dove i tutsi furono massacrati non da mostri isolati, ma da vicini conformisti che obbedivano all’onda radiofonica del “potere hutu”.
Il conformismo non è innocuo: è la radice di queste tragedie, perché spegne il pensiero critico e santifica l’ordine imposto, anche quando puzza di morte.
Non meno insidioso è il conformismo nelle forme moderne di violenza sociale, come la legislazione di controllo pandemico durante il Covid-19. Lockdown totali, obblighi vaccinali e passaporti sanitari – tutti imposti da decreti che comprimono la libertà individuale sotto il pretesto del “bene comune”.
In Italia i DPCM del governo Conte trasformarono cittadini liberi in sudditi tracciati, multati per un caffè all’aperto o un passo oltre i 200 metri da casa. Milioni di conformisti applaudirono temendo il marchio del “no vax” più della perdita di sovranità personale. Qui il conformismo si maschera da responsabilità collettiva, ma genera violenza: discriminazione, solitudine forzata, suicidi in aumento tra i giovani isolati e tra gli esercenti costretti a chiudere le loro attività e quindi rimasti sul lastrico. È la stessa dinamica dei totalitarismi: obbedire senza domande, delegando la coscienza allo Stato.
Ma distinguiamo con chiarezza: legge non è sinonimo di giustizia. La “legge” (dal latino lex) è un comando imposto dall’autorità, talvolta arbitrario e oppressivo, può essere sbagliata, mutevole, persino criminale. Il “diritto”, invece, deriva da ius, che evoca il “giusto”, l’equo, radicato nella dignità umana e nella ragione naturale. Una legge senza diritto è tirannia; il diritto resiste anche alle leggi più crudeli.
Ecco esempi lampanti di leggi palesemente ingiuste:
Leggi razziali naziste (1935): vietavano matrimoni tra ebrei e ariani, spogliavano i cittadini ebrei di diritti basilari. Obbedire era “legale”, ma perpetuava l’orrore.
Leggi razziali fasciste italiane (1938): esclusero ebrei da scuole, professioni e vita pubblica. Mussolini le firmò e il popolo conformista le accettò come “norma”.
Leggi Jim Crow negli USA (fino agli anni ’60): segregazione razziale ufficiale, con fontane e autobus separati. Fu la Corte Suprema ad avallarle.
Leggi anti-sodomia in Gran Bretagna (fino al 1967): criminalizzavano l’omosessualità tra adulti consenzienti, mandando migliaia di persone in prigione per il loro orientamento sessuale.
Legge marziale filippina sotto Marcos (1972-1981): sospendeva l’habeas corpus, autorizzava torture e esecuzioni sommarie.
Rispettare queste leggi non era giustizia, ma puro conformismo: un abdicare alla responsabilità personale fingendo che “lo dice la legge” assolva da ogni colpa. Questo atteggiamento non ha nulla a che vedere con l’etica, è solo pigrizia mentale, un rifugiarsi nell’obbedienza per evitare il peso del giudizio morale. Peggio: è prodromico a gravi ingiustizie, perché normalizza l’ingiusto, lastricando la strada a genocidi e oppressioni.


