FUGA DAL CAPITALISMO

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Con una chiarezza cristallina e una passione contagiosa, Clara Mattei, docente di Economia Politica all’Università di Tulsa (Oklahoma), smonta pezzo per pezzo il mito del capitalismo come sistema “naturale”, inevitabile e neutrale. Quello che ci viene venduto come scienza economica imparziale si rivela invece uno strumento potentissimo di potere: un ordine politico progettato per proteggere gli interessi di pochi a scapito della stragrande maggioranza. L’autrice del libro “Escape from Capitalism”, ha spiegato le sue tesi in due recenti incontri a Torino: il primo allo IUC (International University College) in un dibattito con la professoressa Elsa Fornero, economista e già ministra del Lavoro e delle politiche sociali nel Governo Monti (periodo in cui ha varato la riforma del sistema pensionistico italiano) e il secondo nei locali del Centro culturale Combo, sorto dove un tempo c’era la Caserma dei pompieri di Porta Palazzo, insieme a Gabriele Guzzi, docente di Storia economica ed Economia dell’integrazione europea all’Università di Cassino e autore del libro “Eurosuicidio”.

Durante il primo incontro Elsa Fornero ha, come ci si aspettava, difeso il pensiero economico liberista sostenendo che “il profitto non è il demonio” e che la tassazione dei profitti è funzionale alla redistribuzione del reddito in quanto finalizzata a garantire i servizi al cittadino.

La professoressa Mattei ha ribattuto sostenendo che, la tassazione delle aziende fa sì che queste ultime trasferiscano le loro sedi all’estero. Inoltre il welfare è in conflitto con il capitalismo perché le redistribuzioni sono state per lo più frutto di lotte dal basso. E’ riuscita dunque a smontare con eleganza chirurgica il più grande inganno del nostro tempo: l’idea che il capitalismo sia inevitabile, naturale, scientifico o addirittura sinonimo di libertà.

Mattei parte da una verità elementare ma rivoluzionaria: “l’economia è politica”. Non esiste nulla di neutro o tecnico nelle scelte che determinano disoccupazione, inflazione, austerità, tagli al welfare, aumento dei tassi di interesse o “necessità” di bilanciare i conti pubblici. Tutte queste categorie – che ci vengono presentate come leggi della natura – sono in realtà strumenti di potere che servono a proteggere la logica del profitto a scapito dei bisogni umani.

Il cuore del suo ragionamento è limpido e potente: povertà, disoccupazione e inflazione non sono “bug” del sistema, ma sue caratteristiche strutturali essenziali. Il capitalismo ha bisogno di un esercito industriale di riserva (cioè di persone disoccupate o precarie) per tenere bassi i salari e il potere contrattuale dei lavoratori.

L’austerità non è mai stata una scelta tecnica per “risanare i conti”, ma una politica di classe che trasferisce risorse dai lavoratori ai detentori di capitale. La tanto celebrata “indipendenza” delle banche centrali (Fed, BCE, ecc.) è in realtà un meccanismo antidemocratico che permette di imporre politiche restrittive senza dover rendere conto a nessuno.

Nel suo libro l’economista italiana – già apprezzata per “The Capital Order” –  spiega bene come l’austerità non sia mai stata una scelta tecnica per “risanare i conti”, ma una politica di classe che trasferisce risorse dai lavoratori ai detentori di capitale.

Capitalismo e democrazia sono in contraddizione insanabile: quando la democrazia prova a entrare nell’economia (piena occupazione, salari dignitosi, controllo pubblico), il capitale reagisce con crisi, inflazione indotta, fuga di capitali o vere e proprie controriforme autoritarie.

Quello che rende il libro davvero speciale è il tono: non è un lamento catastrofista né un esercizio accademico astratto. È un intervento militante, scritto con chiarezza cristallina e con una rabbia costruttiva che non lascia spazio allo sconforto. Mattei smaschera i miti (la crescita come unico metro di progresso, il bilanciamento del bilancio pubblico come virtù, la competizione come motore di benessere) e contemporaneamente apre spiragli di immaginazione: si può e si deve organizzare resistenza, costruire comunità che sperimentano già oggi forme di scambio non mediate dal denaro, pretendere democrazia economica vera, cioè controllo collettivo sulle scelte fondamentali di produzione e distribuzione.

“Escape from Capitalism” produce un effetto quasi fisiologico di sollievo intellettuale: improvvisamente tanti discorsi che sembravano inevitabili (“non ci sono alternative”, “bisogna essere competitivi”, “l’inflazione è il nemico numero uno”) appaiono per quello che sono: narrazioni funzionali a mantenere un ordine sociale ingiusto. È un libro che andrebbe letto nelle scuole, nei collettivi, nei sindacati, ma soprattutto da chiunque senta montare rabbia di fronte alle ennesime “riforme necessarie” che impoveriscono i molti per arricchire i pochi.

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