Tra i film attualmente ancora in sala, ce ne sono diversi che consiglierei vivamente di non lasciarsi sfuggire. Si tratta per lo più di proseguimenti prime visioni, a cominciare da due lungometraggi molto potenti.
Il primo è “Sentimental value” del regista danese Joachim Trier, che sì è meritatamente aggiudicato l’Oscar come miglior film internazionale oltre a tutta un’altra serie di premi altrettanto prestigiosi che sarebbe lungo elencare.
In effetti questa pellicola sì può definire un capolavoro di umanità. La trama e relativamente molto semplice. Tutto ruota intorno alla vita di due sorelle, Nora (Renate Hansen Reinsveen) e Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas), che sì ritrovano a fronteggiare il ritorno del padre Gustav (Stellan Skarsgard), un noto regista svedese, nonché il successivo arrivo di Rachel una giovane e promettente star americana (Dakota Fanning). Quest’ultima sconvolgerà suo malgrado, gli equilibri già poco stabili della famiglia.
Tornato per il funerale della ex moglie (nonché madre delle sue figlie), il regista chiede a Nora di interpretare la protagonista della sua ultima sceneggiatura. Il film dovrebbe essere per altro girato nella casa di famiglia dove anche lui aveva vissuto prima di decidere di andarsene, chiedendo il divorzio.
Nora, attrice teatrale di successo, rifiuta l’offerta, così Gustav affida il ruolo a Rachel che è un’interprete emergente nella scena statunitense e che da sempre adora i suoi film. Il regista prende tale decisione nonostante sappia bene che la sua prima proposta rappresentava per lui un importante tentativo di ristabilire i rapporti con la figlia che, da piccola, si era sentita abbandonata da lui, quasi al pari della madre. All’epoca le due sorelle avevano dovuto imparare a cavarsela un po’ da sole poiché la madre, seppur psicologa, era entrata in crisi manifestando forti depressioni.
La trama dunque non ha molto di innovativo (lo scenario dell’abbandono del tetto coniugale da parte del capo famiglia è cosa assai consueta) ma in questo film il racconto è condotto con particolare grazia, delicatezza e scavo psicologico: soprattutto la coesione delle sorelle. Se Nora, la maggiore delle due, si era presa cura di Agnes quando erano piccole, ora al contrario è la più piccola che, avendo una situazione di coppia stabile con un figlio, cerca di supportare la maggiore. Quest’ultima infatti, più irrequieta anche nei rapporti con gli uomini, ha crisi di panico ogni volta che deve entrare in scena (nonostante i successo di pubblico e di fan) e ha già tentato una volta il suicidio. Il rapporto complice tra loro due è raccontato con profondità e scavo dei sentimenti. Di più non svelerò per non spoilerare.
Altro capolavoro assoluto è “Hamnet – nel nome del figlio” della regista Chloé Zhao che ne è anche co-sceneggiatrice. Si tratta di un film di rara intensità che per me, è stato anche in qualche modo catartico. In questo film c’è tutto quello che conta davvero nella vita, anzi c’è la vita stessa ma anche l’emozione di rappresentarla a teatro.
Protagonista della storia è, infatti, William Shakespeare (interpretato da Paul Mescal) quando, da giovane e non ancora famoso, incontra, conosce e sposa, Agnes Hathaway (Jessie Buckley), l’amore della sua vita. Agnes è una ragazza particolare, un po’ sensitiva, che scappa nei boschi da sola a raccogliere erbe medicinali e a far volare il suo falco, che richiama di tanto in tanto perché si posi sul suo braccio. Su di lei ovviamente circolano voci malevole, che la definiscono figlia di una strega.
Le famiglie, contrarie al matrimonio dei due giovani, non riusciranno a impedirlo. Non svelerò di più perché le vicende saranno molte: nascite (la prima figlia Agnes la partorisce nel bosco da sola), morti inaspettate, guarigioni miracolose, l’arrivo della peste bubbonica … Dall’esperienza più dura e dolorosa della sua vita, William troverà la forza di scrivere e rappresentare l’Amleto che porterà in scena come una forma di catarsi potente per se stesso e per la moglie Agnes.
Esattamente agli antipodi è invece, “Father Mother Sister, Brother” del più che noto Jim Jarmush. Il film si articola in tre episodi che riguardano dinamiche familiari per lo più anaffettive e tragicamente formali. Il primo quadretto familiare inizia con una coppia in auto. Sono Jeff (Adam Driver) ed Emily (Maym BialiK alias Amy di The big bang theory), fratello e sorella che si stanno recando a trovare il padre (interpretato da Tom Waits). Questi vive da solo in una casa un po’ sperduta. Durante il tragitto si vedono brevi scene del padre che sembra stia mettendo a posto la casa per l’arrivo dei figli che in realtà, vede assai di rado.
Entrambi adulti, i due hanno la loro vita, il loro lavoro e lei, anche un marito e dei figli. Quando arrivano a destinazione trovano comunque una casa piuttosto disordinata con i panni tutti in giro per il salotto e un padre sempre più anziano che sembra lento e un po’ in difficoltà. I due si accomodano poi lei prepara un tè, davanti al quale scambiano quattro chiacchiere formali col padre e poi se ne vanno.
Non appena il padre è certo che i figli siano ormai piuttosto lontani, si ringalluzzisce, rimette i panni (precedentemente sparsi per la stanza), in ordine, si siede sul divano per telefonare a una amica o amante con la quale si intuisce avere un appuntamento in un lussuoso ristorante e infine esce, scoperchiando nel retro della casa un auto altrettanto di lusso che teneva nascosta sotto un telo.
Mi limiterò comunque a raccontare solo questo episodio per lasciare un po’ di suspance sugli altri due, aggiungendo soltanto che il secondo vanta un cast di attrici d’eccezione. La madre è interpretata da Charlotte Rampling, mentre le figlie vedono protagoniste una Kate Blanchette così dimessa da essere quasi irriconoscibile e la bravissima Vicky Krieps che aveva fatto innamorare la giuria del festival di Cannes, interpretando nel 2023 Sissi nel film “Il corsetto dell’imperatrice”.
Di tutt’altro genere ma altrettanto interessante, se non di più, è “L’isola dei ricordi” del pluripremiato regista di origini turche ma di cittadinanza tedesca, Fatih Akin. Ambientato sull’isola di Amrun, negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale, il film narra le vicende del dodicenne Nanning che vuole aiutare la madre a riprendersi dopo la nascita del suo terzo fratellino. Nanning, infatti vive con la madre (depressa per la fine del nazismo), altri due fratelli più piccoli, un maschio e una femmina e infine una zia molto pratica e concreta che invece, del nazismo se ne frega e la cui unica preoccupazione è riuscire a tirare avanti e a mangiare. Sull’isola non arriva più niente o quasi e molti cibi (carne e pesce a parte) cominciano a scarseggiare: zucchero, pane bianco, miele etc.
Il percorso di crescita del piccolo Nanning è faticoso e talvolta anche molto pericoloso, seppure immerso in una natura bellissima fatta di spiagge deserte, luci terse del nord, stormi di oche che si alzano in volo. La sua infanzia si si intreccia con la durezza e la crudeltà della guerra, ma anche di alcune persone del posto e con la crudezza e la spietatezza delle leggi della natura. Si tratta di una storia commovente e cruda al tempo stesso immersa in paesaggi spettacolari resi tali anche dalla maestria della fotografia curata da Karl Walter Lindenlaub.
Molto particolare invece, “Rental family – Nella vita degli altri”. Il film della regista Hikari (Mitsuyo Miyazaki), è ambientato in Giappone e ruota intorno all’usanza, per noi assai strana, di ricorrere ad agenzie che forniscono figuranti a noleggio per assistere parenti o persone care, chiedere scusa a mogli tradite o fingersi parenti. Una delle vicende narrate è, tanto per rendere l’idea, quella di una ragazza che ha una relazione lesbica stabile. Invece di scegliere di fare outing con la sua famiglia, lei decide di far credere ai genitori di voler sposare un uomo canadese con il quale si trasferirà a vivere all’estero.
Si reca pertanto all’agenzia per affittare un uomo bianco che reciti la parte del suo fidanzato, al fine di procedere con le celebrazioni del loro matrimonio, ovviamente finto. Un idea tutt’altro che stupida o superficiale che la libererà dal dover rendere conto ai suoi familiari senza procurare loro alcuna sofferenza o preoccupazione. La trama ruota intorno a Philip (interpretato da Brendan Fraser), un attore americano che si è trasferito a vivere in Giappone dove ha interpretato ruoli altrettanto strani per assurdi spot pubblicitari. Quando viene contattato dall’agenzia, che si chiama appunto “Rental family”, e che offre i servizi di cui sopra, Philip è inizialmente riluttante ad accettare ma poi decide di provare, più per disperazione che per convinzione. Il suo ruolo più difficile, anche da un punto di vista affettivo, sarà con la piccola Mia che vive con la madre. Ad ingaggiarlo è appunto quest’ultima che ha bisogno di un padre per Mia per breve tempo. Il tempo necessario ad affrontare i colloqui finalizzati a far ammettere la piccola in una scuola prestigiosa.
Nel frattempo Philip interpreta anche la parte di un giornalista interessato a scrivere un articolo su un anziano regista caduto nell’oblio. A richiederne l’aiuto è la figlia del regista stesso, preoccupata per la depressione del padre. Ovviamente le cose si complicheranno …
Ho tenuto per ultimo il film che, tra tutti, è al momento ancora facile reperire nelle sale di prima visione e cioè “… che Dio perdona a tutti” di Pif perché mi ha un po’ deluso. Soprattutto se paragonato al suo precedente “E noi come stronzi rimanemmo a guardare”.
La trama è semplice: Arturo un’agente immobiliare (interpretato dal regista stesso) che tiene una rubrica social sui dolci, di cui è molto goloso, rompendo anche le scatole a tutti con le sue critiche, ogni volta che con amici o conoscenti si ritrova in qualche bar o pasticceria. Arturo non è molto credente, si limita a dire che il cannolo siciliano rappresenta forse l’unica presenza di Dio in terra. Purtroppo o per fortuna per lui, incontra Flora erede di una famosa pasticceria di Palermo e strepitosa pasticcera che però è anche molto credente. Così per amore di lei, si finge praticante devoto. Ne nascono ovviamente equivoci e simpatiche gag ma un po’ stiracchiate. Di più non dirò …



