VIOLENZA TRAVESTITA DA AMORE

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“L’ho uccisa perché l’amavo” è il titolo di un libro che la giornalista Loredana Lipperini ha scritto a quattro mani con la scrittrice Michela Murgia (recentemente pubblicato da Laterza) da cui vorrei partire per fare una breve riflessione sulla violenza che, quasi quotidianamente, in questo paese, viene inflitta alle donne (si stima che in media, in Italia, ogni due o tre giorni un uomo uccide una donna). Rispetto ad una volta se ne parla di più,  soprattutto di stalking e feminicidio (o femminicidio), ma solitamente in modo vago e/o superficiale. Non si entra mai nello specifico, tranne quando una donna viene uccisa. In questo caso però l’attenzione (sovente morbosa) si concentra sui particolari macabri della vicenda o sulle indagini per stabilire chi sia davvero l’assassino, a meno che non si tratti, ovviamente, di un reo confesso. Quasi mai si indaga sugli aspetti  psicologici. E non si analizza mai abbastanza il fenomeno nella sua complessità, nelle sue cause e nel suo essere in preoccupante crescita. Come mai così tanti uomini, quasi sempre di fronte a un rifiuto o ad un tradimento, perseguitano o ammazzano la propria fidanzata, compagna o ex moglie che sia? Come mai tutto questo rifiuto di concepire o accettare che una donna sia un essere autonomo con una propria capacità di intendere e di volere, piuttosto che un bene acquisito per sempre, come una proprietà immobiliare? Forse, perché è ancora radicata in noi italiani l’idea che in fondo il delitto passionale o d’onore abbia una sua legittimità e una sua ragione d’essere? Sono passati, d’altronde, relativamente pochi anni da quando il delitto d’onore non era penalmente perseguibile e da quando una donna adultera nei confronti del marito, poteva finire in galera. Il caso più eclatante negli anni ’60 fu quello di Giulia Occhini, amante di Fausto Coppi, che fu denunciata dal marito e processata nonché condannata, per adulterio, a tre mesi di carcere. Usufruì della sospensione della pena, ma tra la denuncia e il processo, fu trattenuta in carcere per alcuni giorni e dovette recarsi in domicilio coatto ad Ancona, mentre a Coppi fu ritirato il passaporto. Per dirla tutta poi, solo fino a una diecina d’anni fa le donne della ‘ndrangheta o della camorra, sospettate di adulterio, venivano costrette al suicidio tramite ingestione di acidi letali. Il problema quindi, come sostiene la nostra presidente della camera, Laura Boldrini, è culturale. C’è ancora chi pensa che, in fondo, se una donna subisce una qualche violenza da un uomo è perché se l’è voluta, perché in qualche modo lo ha provocato: lasciandolo, tradendolo, facendo carriera, ma anche solo permettendosi di alzare la testa e dire la sua. Non a caso in seguito alle sue dichiarazioni, proprio nei giorni successivi il suo insediamento, la stessa Boldrini è stata vittima di minacce di violenza e morte molto pesanti. Sul fatto che dovremmo essere molto più che indignati di vivere in un paese in cui il presidente della camera viene minacciato di morte (in quanto donna) ci sarebbe di che riflettere e di che scrivere per pagine e pagine, per cui tralascio momentaneamente questo punto e torno, invece, a prendere in considerazione le sue dichiarazioni. Una cosa molto intelligente che ha detto è che “dovremmo farci carico dell’umiliazione delle donne che subiscono violenza, travestita da amore”. Ecco dunque che torna questo connubio tra violenza e amore. E’ tipico degli uomini violenti motivare i loro soprusi o le loro prevaricazioni, accampando la giustificazione dell’amore. E come ha detto Luciana Littizzetto “Noi che siamo ingenue, spesso scambiamo  tutto per amore”. Ma l’amore ha però specificato  “con la violenza e con le botte non c’entra un tubo …un uomo che ci mena non ci ama…un uomo che ci picchia è uno stronzo e dobbiamo capirlo al primo schiaffo perché tanto ne arriverà anche un secondo e un terzo e un quarto”. Ma perché le donne subiscono? Molto probabilmente, oltre che per la paura, anche e soprattutto per la vergogna (almeno qui in Italia). La vergogna, ad esempio di non avere un uomo accanto (fenomeno squisitamente nostrano). Parliamo di donne che pur di avere uno “straccio d’uomo” al loro fianco, sono disposte a sopportare qualsiasi cosa perché sono convinte di non aver alcun valore come persone singole (a tal proposito consiglio la lettura di “Un uomo pur che sia” della psicologa Gianna Schelotto). Poi c’è la vergogna del fallimento e, infine, quella del giudizio altrui. I giudizi della gente nei confronti di una donna che alza la testa e che denuncia, possono essere feroci. Per queste donne c’è ancora molta incomprensione e anche riprovazione del tipo: “Come ti sei permessa di alzare la testa? Come ti sei permessa di preoccuparti di te stessa? Potevi tacere e sopportare come tante altre prima di te, quindi te la sei cercata”. Denunciare è difficile perché alla paura si aggiunge l’incomprensione e il fuggi-fuggi più o meno generale. Persone anche insospettabili, civili e liberali su pressoché qualsiasi cosa al mondo, sono capaci di mostrare, di fronte alle donne che denunciano, atteggiamenti di estremo fastidio se non di biasimo o di rabbia e di tirar fuori il loro lato più reazionario, maschilista e/o misogino (oltre ad aver ascoltato diverse testimonianze di donne in merito, ho assistito personalmente a fenomeni di questo genere). Purtroppo incomprensione e biasimo non sono solo appannaggio degli uomini. A volte è difficile trovare solidarietà anche da parte delle donne stesse. Soprattutto da quelle che hanno già subito o subiscono prevaricazioni quotidianamente e non trovano il coraggio per ribellarsi. Il meccanismo che scatta in queste donne è micidiale. E’ del tipo: “Se io subisco perchè tu no? Chi credi di essere?” In compenso, va detto, anche per non fare di tutta l’erba un fascio, che ci sono, invece, gruppi di uomini che stanno cominciando a riunirsi e a dimostrare solidarietà nei confronti delle donne, prendendo le distanze dalla prepotenza e dall’aggressività di certi loro simili. Uomini che non si riconoscono nei comportamenti intimidatori e violenti e che sono fieri di manifestare comprensione e dare sostegno alle donne. Certo sono ancora una decisa minoranza, ma cominciano a prendere posizione e a farsi sentire. E’ il caso, ad esempio, di quelli di Maschileplurale ( www.maschileplurale.it).  L’associazione Maschileplurale partecipa a numerose azioni per combattere la cultura maschilista e violenta che è alla base dei feminicidi, ma anche delle tante grandi e piccole aggressioni che nella vita quotidiana gli uomini possono esercitare contro le donne (mogli, amiche, compagne, colleghe di lavoro o sottoposte). Infine, dopo tante donne che analizzano il problema, scrivendo un libro, ora è il turno di un uomo. Parlo del giornalista Riccardo Iacona che ha scritto “Se questi sono gli uomini”, recentemente pubblicato da Chiarelettere. Il sottotiolo specifica “Italia 2012. La strage delle donne”.5538463498_1c3d6349da_m

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