IL SALARIO DELLA PAURA

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Quando si parla di Guatemala, se non si pensa alle civilta’ Maya ed Atzeche e ai loro monumenti, viene in mente il verde delle foreste tropicali e i pappagalli variopinti. Nell’impagabile “Salario della paura” di George Arnaud” pubblicato nel 1950, opera ad altissima tensione, troviamo invece una desolazione di sassi e polvere e il caldo insopportabile in cui sono impantanati i protagonisti senza altra via di fuga se non l’impresa che li condurrà uno dopo l’altro alla morte. A Las Piedras un paese di baracche cresciuto attorno ai pozzi petroliferi, tra le vite senza valore degli indios che vengono sfruttati dalla potente multinazionale statunitense Crude and Oil scorrono le esistenze forse ancora piu’ desolate del gruppetto di stranieri arrivati per tentare la fortuna. Gerard, senza i soldi per tornare a casa a Parigi, vive sfruttando la bella Linda che si prostituisce per lui e lo ama (chissà se di un vero sentimento o per il miraggio di una fuga). Gerard è fuggito dalla Francia per un’oscura vicenda che ricorda, nel suo mistero, quella accaduta all’autore stesso e che non fu mai chiarita. Georges Arnaud (Montpellier 1917-Barcellona 1987) fu accusato, infatti, a ventiquattro anni, dell’omicidio della zia di una domestica e del padre (a quest’ultimo dedicherà il libro  “Al mio vecchio Georges”). Successivamente prosciolto (dopo aver rischiato la ghigliottina ed essere stato scarcerato) dilapidò l’eredità della famiglia e partì per avventure e paesi, da cui trasse spunto per i suoi personaggi. Si sposò quattro volte e fu ampiamente riconosciuto come romanziere drammaturgo e giornalista ma, anche se fu accolto nei mondanissimi salotti letterari dell’epoca (e parte attiva della vita culturale e politica del paese),  Arnaud non ottenne mai dall’opinione pubblica, la certezza definitiva dell’innocenza sentenziata nel processo.

Il Salario della Paura divenne poi anche un film e uscì nelle sale nel ‘53 e, in questo, il disincanto e l’amarezza del protagonista furono magnificamente interpretate da Yves Montand per la regia di Henri-Georges Clouzot. Il regista affinò ulteriormente i personaggi approfondendone la psicologia per raccontare la ferocia e la bassezza di uomini incattiviti, in un atmosfera ammorbante, ormai pronti a tutto pur di togliersi dalla disperazione. Dal prete che, per non rischiare di perdere la sua chiesa, manda verso morte certa degli innocenti, alle donne del bordello che li passeranno la vita, agli uomini instupiditi dall’alcol e dalla marjuana, agli indios che per due soldi si ammazzano di lavoro.

E’ difficile affermare se sia più coinvolgente il romanzo o il film.