VEDO SOLO CHI MI ASSOMIGLIA – RIFLESSIONI SULLE FUNZIONI DEI NEURONI SPECCHIO

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Nei primi anni ’90, all’Università di Parma, l’equipe del Professor Rizzolatti, durante una serie di esperimenti eseguiti sulla corteccia premotoria di un macaco, scopre qualcosa  di sorprendente: una precisa area del cervello, che si credeva fosse deputata all’attivazione delle funzioni motorie, reagisce a stimoli esterni visivi.

I neuroni di quest’area si attivano quando il movimento, come portare del cibo alla bocca, viene eseguito dal soggetto analizzato, ma, cosa inaspettata, anche quando questo soggetto vede compiere da altri tale specifica azione. Come a dire che gli specifici neuroni coinvolti si comportano da veri e propri mediatori nella comprensione del comportamento altrui.

            L’ipotesi che tali neuroni possano essere presenti anche nel cervello umano porta i ricercatori a condurre accurate sperimentazioni che nel 1996 permettono di coniare il termine “neuroni specchio”. Attraverso la risonanza magnetica funzionale, la stimolazione magnetica transcranica, e l’elettroencefalografia si verifica che i neuroni specchio si attivano non solo con l’azione ma anche con il linguaggio: ad esempio, quando una persona ascolta frasi che descrivono azioni, come se a compierla fosse lei stessa. Non tutti i neuro scienziati sono concordi nell’accettare la presunta esistenza dei mirror neurons, nonostante ciò questa straordinaria scoperta scientifica segna un punto di svolta nella neurologia e nelle neuroscienze, poiché, la sua applicazione, anche nella diagnosi precoce dell’autismo, ci permette di indagare sull’evoluzione dell’intelligenza e dell’emozione dell’essere umano influenzando gli studi di psichiatria, pedagogia, psicologia, antropologia, etica ed estetica.

            A distanza di quasi 20 anni l’eco di tale scoperta affascina e coinvolge ogni campo del panorama delle neuroscienze cognitive e trasforma irreversibilmente il nostro modo di concepire le funzioni della mente. Viene creata una mappa dettagliata delle zone cerebrali preposte alla facoltà umana di cogliere i sentimenti altrui, di comprendere le intenzioni, oltre che usare il linguaggio. E’ possibile spiegare fisiologicamente la nostra attitudine a metterci in relazione con gli altri. La nostra capacità empatica attiva una precisa area neuronale non solo quando compiamo un’azione ma anche quando vediamo altri compierla. Il Professor Giacomo Rizzolatti e il Professor Corrado Sinigaglia ne parlano dettagliatamente nel loro Libro “So quel che fai” edito da Raffaello Cortina Editore 2006.

             “La scoperta dei neuroni specchio è una rivoluzione copernicana” così spiega il Dottor Andrea Penna, Medico chirurgo omeopata e ricercatore di Torino, ”ci obbliga a rivoluzionare le basi che regolano il meccanismo di apprendimento e di vita di relazione. Ora sappiamo come realmente funziona il nostro cervello. Ora sappiamo che ogni nostro comportamento, ogni nostro modello di vita, deriva da un vissuto biologico ed è figlio di un riflesso condizionato che si è strutturato neurologicamente nel tempo. Il nostro cervello, possiamo dire, contiene un insieme di impronte (imprinting) che agiscono come traccia guida sia nel riconoscere sia nell’eseguire ogni nostro comportamento.

Il nostro sistema cerebrale riconosce solo ciò che è simile a noi stessi, quindi solo chi agisce come noi. I neuroni specchio permettono ad ogni animale di distinguere i suoi simili. Chi ha un cane lo sa perfettamente.

I bambini si riconoscono tra di loro, i cuccioli si identificano e giocano fra loro. Anche l’uomo adulto si identifica per similitudine di struttura e per similitudine di movimenti e di finalità. Ogni animale modula un proprio movimento per ottenere una propria finalità di sopravvivenza che caratterizza ogni specie. I neuroni specchio decodificano i movimenti archetipali simili a tutti, oltre ai movimenti specifici per ogni specie”.

            Il Dottor Penna aggiunge, a proposito dell’apprendimento: “Se io mi vedo simile al mio interlocutore io apprendo, se io mi vedo differente dal mio interlocutore, qualunque cosa lui mi dica, io non la apprendo.

Più mi sento simile agli altri più apprendo. Più mi sento diverso dagli altri meno apprendo.

Questo stesso meccanismo regola anche le dinamiche della vita di relazione di coppia.

Tendenzialmente noi ci mettiamo in coppia, ci innamoriamo, ci sentiamo attratti, verso le persone che hanno assunto, nei confronti della vita, una modalità reattiva simile alla nostra, ossia hanno un medesimo vissuto esperienziale che ci rende simili.

Dunque noi vediamo, riconosciamo, e siamo attratti, fondamentalmente, da ciò che è simile a noi.

Tutto ciò che i neuroni specchio non decodificano come simile a noi lo identificano come un pericolo.

Questo spiega perché con alcune persone entriamo rapidamente in empatia e con altre no.”

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