ISPIRATO A UNO SPETTACOLO TEATRALE SU FRIDA KAHLO

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Una donna gioiosa, piena di vita, forse troppo emancipata per il tempo corrente. Il destino o le “energie patriarcali circostanti“ decisero di romperle ulteriormente quella sua schiena già nata bifida. Spesso è proprio il dolore che costringe le persone a rivolgere lo sguardo nella direzione a loro destinata. Il suo, si rivolse a quella pittura che le salvò l’anima integrandola in un mondo a lei sconosciuto, ricco di stimoli che le consentirono di trovare lo scopo per vivere ancora e la volontà necessaria per credere di poter tornare a camminare.

Frida. Un uragano di passione e sentimento, di dolore e sangue diluito in quei colori che le fecero rasserenare il volto cancellando le rughe della macerazione e creando l’idea di quel monociglio, divenuto simbolo d’orgoglio e tenacia.

D’improvviso l’attrice si sposta. Senza interrompere il suo monologo, si siede sulla scalinata tra il pubblico, accanto a me. Il suo viso a 20 centimetri dal mio, continuava a recitare forte e potente. La guardavo nei profondissimi occhi, senza abbassare lo sguardo.

Lei un sottile cedimento della voce. Forse emozionata dal mio perseverare, magneticamente coinvolta nell’infinito di quegli occhi magnetici. In quel momento la mia percezione era la stessa di Frida. “Non fare caso a me” stava sussurrando al mondo “Io vengo da un altro pianeta, io ancora vedo orizzonti dove tu disegni confini” …

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