TUTTI I SANTI GIORNI

377

Non si può dire che “Tutti i santi giorni”, sia il film più riuscito di Paolo Virzì ma, considerando l’attuale offerta e il panorama cinematografico in generale, si può senz’altro dire che è decisamente un bel film, interessante e godibile in tutti i suoi aspetti. Forse il suo difetto principale è di esser stato preceduto da due piccoli capolavori come “La prima cosa bella” e “Tutta la vita davanti”. Il film racconta la storia d’amore di un giovane uomo e di una giovane donna piuttosto male assortiti, ma che si amano davvero. Come sempre accade, però, nei film di Virzì, quel che conta non è tanto la trama quanto l’atmosfera che il regista riesce a creare. Al di là di quel che succede fra i due protagonisti, nel bene e nel male, il bello sta nel come il regista ritrae queste due persone genuine e talentuose, ma sottovalutate, che tirano avanti, facendo più o meno del loro meglio, nonostante in un contesto da sfacelo, squallido e violento. Il protagonista, Guido (interpretato da Luca Marinelli) è un giovane uomo toscano, originario della val d’Orcia. Appartiene ad una famiglia di intellettuali prestigiosi e docenti universitari ed è un grande studioso, appassionato di latino nonché di santi e martiri proto-cristiani. Ma Guido ha anche conseguito una laurea che avrebbe potuto portarlo ad intraprendere una carriera universitaria negli Stati Uniti. Invece fa il portiere di notte in un grande albergo di Roma. E lo fa senza nessuna recriminazione o rimpianto. Si è accontentato di fare questa vita per stare accanto ad Antonia (la cantante Thony, qui alla sua prima interpretazione cinematografica), che lavora come impiegata in un autonoleggio e compone e suona nei locali, la sera. Siciliana d’origine, con una famiglia modesta cui cerca di sfuggire e un passato da sbandata e da rocchettara punk, è comunque anche lei un vero talento. Un talento musicale. I due si amano molto, ma devono affrontare, tutti i santi giorni, un lavoro pesante (lei di giorno e lui di notte) e la vita in uno squallido quartiere periferico di Roma pieno di coatti grezzi e violenti. Qualche critico ha definito questi personaggi di contorno, “inverosimili” e persino “troppo trucidi per essere veri”, invece, a mio avviso, Virzì ha tracciato un ritratto molto ben azzeccato dell’Italia di oggi dove purtroppo la persone colte, civili e talentuose finiscono per essere emarginate all’interno della “grezzaggine” imperante. ” Presi singolarmente” spiega lo stesso Virzì “Guido e Antonia sarebbero dei disadattati. Lui è un erudito d’altri tempi e parla lingue morte che nessuno capisce. In fondo fa volentieri il portiere di notte perché può starsene tranquillo a leggere e a pensare. Lei è una sciagurata con un passato da ragazzaccia punk, spavaldamente ignorante ma vivace, vitale e bisbetica”. Eppure è proprio per questo che piacciono. Perché in un mare di persone omologate e “fatte con lo stampino” loro sono diversi e, ognuno a suo modo, sono fuori dal coro. In un altro film probabilmente lei sarebbe una furbetta disposta a tutto pur di sfondare e lui sarebbe un disadattato a rischio depressione bipolare se non peggio, come nelle storie zeppe dei peggiori luoghi comuni (che purtroppo sono tante). Invece per Virzì, e in questo sta la vera bellezza e la forza del film, i protagonisti sono due come tanti. Perché come lui stesso sostiene “l’Italia è piena di persone così, come Guido e Antonia”, anche se spesso sembra sia il contrario. Unico neo del personaggio di Guido (e qui concordo con buona parte della critica) è il suo essere troppo buono, troppo gentile, eccessivo nel sopportare pressoché qualsiasi cosa pur di coronare il suo sogno d’amore. A detta delle donne che hanno visto il film (e con cui ho parlato), un uomo così, non esiste.

Articolo precedenteLA BELLEZZA SALVATA DAI RAGAZZINI
Prossimo articoloMASTER 2013 IN FOOD CULTURE AND COMMUNICATIONS.