TUTTI I SANTI GIORNI

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Non si può dire che “Tutti i santi giorni”, sia il film più riuscito di Paolo Virzì ma, considerando l’attuale offerta e il panorama cinematografico in generale, si può senz’altro dire che è decisamente un bel film, interessante e godibile in tutti i suoi aspetti. Forse il suo difetto principale è di esser stato preceduto da due piccoli capolavori come “La prima cosa bella” e “Tutta la vita davanti”. Il film racconta la storia d’amore di un giovane uomo e di una giovane donna piuttosto male assortiti, ma che si amano davvero. Come sempre accade, però, nei film di Virzì, quel che conta non è tanto la trama quanto l’atmosfera che il regista riesce a creare. Al di là di quel che succede fra i due protagonisti, nel bene e nel male, il bello sta nel come il regista ritrae queste due persone genuine e talentuose, ma sottovalutate, che tirano avanti, facendo più o meno del loro meglio, nonostante in un contesto da sfacelo, squallido e violento. Il protagonista, Guido (interpretato da Luca Marinelli) è un giovane uomo toscano, originario della val d’Orcia. Appartiene ad una famiglia di intellettuali prestigiosi e docenti universitari ed è un grande studioso, appassionato di latino nonché di santi e martiri proto-cristiani. Ma Guido ha anche conseguito una laurea che avrebbe potuto portarlo ad intraprendere una carriera universitaria negli Stati Uniti. Invece fa il portiere di notte in un grande albergo di Roma. E lo fa senza nessuna recriminazione o rimpianto. Si è accontentato di fare questa vita per stare accanto ad Antonia (la cantante Thony, qui alla sua prima interpretazione cinematografica), che lavora come impiegata in un autonoleggio e compone e suona nei locali, la sera. Siciliana d’origine, con una famiglia modesta cui cerca di sfuggire e un passato da sbandata e da rocchettara punk, è comunque anche lei un vero talento. Un talento musicale. I due si amano molto, ma devono affrontare, tutti i santi giorni, un lavoro pesante (lei di giorno e lui di notte) e la vita in uno squallido quartiere periferico di Roma pieno di coatti grezzi e violenti. Qualche critico ha definito questi personaggi di contorno, “inverosimili” e persino “troppo trucidi per essere veri”, invece, a mio avviso, Virzì ha tracciato un ritratto molto ben azzeccato dell’Italia di oggi dove purtroppo la persone colte, civili e talentuose finiscono per essere emarginate all’interno della “grezzaggine” imperante. ” Presi singolarmente” spiega lo stesso Virzì “Guido e Antonia sarebbero dei disadattati. Lui è un erudito d’altri tempi e parla lingue morte che nessuno capisce. In fondo fa volentieri il portiere di notte perché può starsene tranquillo a leggere e a pensare. Lei è una sciagurata con un passato da ragazzaccia punk, spavaldamente ignorante ma vivace, vitale e bisbetica”. Eppure è proprio per questo che piacciono. Perché in un mare di persone omologate e “fatte con lo stampino” loro sono diversi e, ognuno a suo modo, sono fuori dal coro. In un altro film probabilmente lei sarebbe una furbetta disposta a tutto pur di sfondare e lui sarebbe un disadattato a rischio depressione bipolare se non peggio, come nelle storie zeppe dei peggiori luoghi comuni (che purtroppo sono tante). Invece per Virzì, e in questo sta la vera bellezza e la forza del film, i protagonisti sono due come tanti. Perché come lui stesso sostiene “l’Italia è piena di persone così, come Guido e Antonia”, anche se spesso sembra sia il contrario. Unico neo del personaggio di Guido (e qui concordo con buona parte della critica) è il suo essere troppo buono, troppo gentile, eccessivo nel sopportare pressoché qualsiasi cosa pur di coronare il suo sogno d’amore. A detta delle donne che hanno visto il film (e con cui ho parlato), un uomo così, non esiste.