WARHOL CHI?

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Self-Portrait, 1986010

Andare a vedere una mostra dedicata ad Andy Warhol può essere come recarsi ad ascoltare un’esecuzione della Quinta di Beethoven all’Auditorium. L’atteggiamento rischia  d’essere quello di chi sa perfettamente cosa lo aspetta, di chi conosce quell’opera come le proprie tasche, restando invece inesorabilmente  spiazzato nel trovarsi di fronte a qualcosa di mai visto o ascoltato, di assolutamente inedito e imprevisto. Tale è l’effetto che può suscitare anche la grande (e completa) rassegna dell’artista pop americano per eccellenza allestita fino al 9 marzo nelle sale del Palazzo Reale di Milano.  Warhol è probabilmente la figura che nel dopoguerra ha contribuito più di ogni altra alla creazione di un immaginario visivo collettivo universale. La sua ricerca e la sua poetica, fin dai primi anni 50 (all’epoca delle sue più importanti esperienze come grafico pubblicitario) , si sono incentrate proprio su quegli oggetti e quelle immagini che l’industria e i media “sfornavano” e diffondevano a ritmi sempre più frenetici, esaltandone il loro valore di icone proprio in quanto riprodotte serialmente in numero illimitato e quindi destinate ad entrare nelle case di tutti (nonché ovviamente nella loro mente). Forse nessun altro artista è riuscito a sviluppare in modo così coerente ed efficace i propri principi ideali e creativi fino a diventare egli stesso la dimostrazione vivente di quegli stessi principi. Le immagini da lui prodotte sono diventate icone indiscusse a loro volta, la sua stessa vita è diventata modello – ora criticato ora invidiato – in questa nostra società. La mostra è l’evento principale dell'”Autunno Americano” , rassegna che presenta contemporaneamente a Palazzo Reale anche l’interessante “Pollock e gli Irascibili. La scuola di New York” – ha il grande merito di restituirci in modo completo ed esaustivo questo percorso, dai collage in  tecnica mista degli anni ’50 alle riproduzioni del Cenacolo di Leonardo presentate proprio a Milano poco prima della morte. Una completezza ed una organicità espositiva che – senza nulla togliere al curatore Francesco Bonami – deriva senza dubbio dal fatto che le oltre 160 opere esposte appartengono alla Collezione Brant. E’ proprio Peter Brant, collezionsista americano e intimo amico dell’artista – il vero creatore di questa esposizione, colui che ha saputo raccogliere e valorizzare in oltre quarant’anni le più disparate produzioni di Warhol: da quelle più Blue Shot Marilyn016 (1)famose (i ritratti serigrafici di Marlyn e Elvis degli anni ’60 e di Mao degli anni ’70) a quelle più inquietanti e più dissacranti del sistema in cui viviamo ( le “Electric Chairs” e la serie dei “Disastri” sempre degli anni ’60) passando per quelle apparentemente più decorative (Flowers). Da non dimenticare poi le opere più provocatorie degli ultimi anni (le Ossidazioni ottenute con la mesola di rame e la sua stessa urina) e quelle più conosciute, le serie della Campbell Soup e del Brillo. E’ di fronte a queste che ci si rende conto che con Warhol la frase “l’ho già visto” non può avere alcun significato. Vedendole dal vivo, nella loro concreta resa materica, si capisce come si siano spesso viste solo immagini riprodotte ma mai la sostanza delle sue creazioni. Era proprio quello che lui voleva affermare con le serigrafie dei più noti marchi commerciali, destino che riuscì a far raggiungere alle sue stesse opere, in uno straordinario e geniale sviluppo “meta-concettuale”. La serigrafia non viene utilizzata da Warhol per creare opere tutte uguali. Anzi la resa tende a variare sempre, partendo da un iter standardizzato ma giungendo a risultati anche casuali.  Le immagini ora si fanno nitide, ora sfocate e quasi illeggibili nella stesura dell’inchiostro serigrafico, ora addirittura pastose di colore acrilico. Alla fine infatti domina sempre il concetto che per quanto si varino colori, soggetti e tecniche si finisce sempre per alimentare il grande pentolone della comunicazione di massa, creando – per citare lo stesso Warhol – sempre “lo stesso quadro” . In questo meccanismo tutto viene replicato, tutto viene visto, tutto viene comunicato ma tutto – compreso l’artista – finisce per perdersi e scolorire fino a non conoscerlo più. Questa è la sensazione uscendo da Palazzo Reale: noi non conosciamo davvero Andy Warhol …Warhol chi?.

Immagini: Andy Warhol Self Portrait (red on black) 1986 Collezione Brant Foundation © The Brant Foundation, Greenwich (CT), USA © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc. by SIAE 2013; Andy Warhol Blue Shot Marilyn 1964 Collezione Brant Foundation © The Brant Foundation, Greenwich (CT), USA © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc. by SIAE 2013

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