IO SONO ANCORA LI’

289

Alle 17 sono già con le sue mani addosso e le sue dita che mi  strappano i capelli.

Mezz’ora prima, avevo salutato la mia amica, fuori dal Sagrato della Chiesa, dopo una chiacchierata con lei al caffè Elena.
Ci siamo scambiate confidenze, com’è normale che accada tra due donne della medesima età.
Le ho detto che sto riflettendo, da qualche mese, sull’opportunità di fare una esperienza di preghiera e clausura al Monastero Chantal, di Pinerolo.

Ne ho bisogno perché il giorno prima, il giorno del mio compleanno, mio padre ha ritirato la tac e le metastasi ossee hanno raggiunto quasi il midollo. La diagnosi è come una ghigliottina che calerà  con la sua lama su di lui, fra pochi mesi.

Quando varco alle 16.30 la soglia della Chiesa della Consolata, il mio pensiero va a mio padre.

In Chiesa, faccio in tempo ad aiutare un anziano su una carrozzina. Gli tengo aperta la porta massiccia (che si bloccherà poco dopo). Intanto  mi vibra il cellulare.
E’ la mia amica: devo risponderle, magari è importante. Per questo probabilmente non mi accorgo dell’uomo che mi segue. Mi accingo ad uscire.

“Perché vai via di fretta?” mi domanda,  “Scappi da me?”
I suoi occhi sono azzurri, privi di espressione. Vuoti.

“Cazzo” penso subito “questo potrebbe interpretare il ‘Seriale per Caso’ del racconto che sto leggendo!”

Il colpo, è fulmineo, mi spacca il labbro, dentro, e la presa ai capelli mi fa cadere all’indietro, contro la porta bloccata.
Gli urlo contro, cerco disperatamente di spingere quella maledetta porta pesante come l’inferno, e lui inizia a prendermi a calci all’altezza delle ginocchia.

Con una forza che non ho, incastrata tra l’uomo e la porta bloccata, penso “APRITI MALEDETTA,STRONZA, APRITI, QUESTO MI AMMAZZA!”

ma i pensieri, seppure concitati, non spalancano gli antri infernali, continuo a strillare.
Quasi per miracolo, lui si spaventa e se ne va.
Ma io. Io sono ancora lì.