DEL LATTE. DEL CAFFÈ. E DEL GINOCCHIO

298

Chi potrebbe dire che latte caffè e ginocchia hanno goduto in passato di una intensa vita comune? Eppure…

Se navigate in rete alla ricerca di proverbi e aforismi alla voce “latte”, vi imbattete in numerosi modi di dire popolari, spesso ripresi anche da autori importanti della letteratura. A che cosa è dovuta questa diffusione? Le spiegazioni sono numerose. A noi è piaciuta quella del filologo, critico letterario, storico, antropologo, gastronomo e accademico italiano Piero Camporesi nel suo magistrale Le vie del latte. Dalla Padania alla steppa (Garzanti): «Alimento vivente e vitale, il latte è linfa preziosa della pianta uomo…», un saggio inconsueto di antropologo-gastronomia, assai gradevole da leggere.

Veniamo al ginocchio del titolo.

Far venire il latte alle ginocchia è un modo di dire usato in riferimento a una cosa oppure a una persona particolarmente noiosa. Potrebbe risalire questo modo di dire all’antica pratica agreste, la mungitura manuale delle vacche da latte, fatta dal mungitore seduto con il secchio da riempire in mezzo alle gambe, che pazientemente aspettava che il latte munto arrivasse al livello delle sue ginocchia. Per questo motivo si utilizza l’espressione “far venire il latte alle ginocchia”, per indicare appunto un’azione lunga, ripetitiva, noiosa, che fa facilmente perdere la pazienza.

Il primo caffè low cost è probabilmente il Caffè del ginocchio. A Milano, un tempo, El caffettée del caffè del genoeucc (il caffettiere del caffè del ginocchio; si pronuncia con una f sola e ô chiusa alla francese) indicava il venditore ambulante di caffè. Nel tardo Ottocento fino ai primi del Novecento la città non aveva una intensa vita notturna; gli esercizi pubblici chiudevano abbastanza presto. Per questo motivo il Caffè del Genoeucc, mestiere sopravvissuto fino all’inizio della Prima guerra mondiale, indicava un carrettino a quattro ruote con una piccola caldaia dove ribollivano i fondi raccolti nei ristoranti vicini. Girava di notte per le vie del centro; stazionava prevalentemente in piazza Duomo, dove vendeva la sua calda bevanda ai nottambuli: tiratardi di professione, prostitute, maneggioni, umanità varia. E ai lavoratori primo-mattinieri: spazzini, brumisti*, facchini, altri artigiani dei numerosi “mestieri” di allora. Dato che il carrettino era piccolo e la caldaia bassa, il rubinetto erogante era quasi raso-terra e per avere il caffè bisognava abbassarsi, piegando un ginocchio. Sulla qualità di questa bevanda venduta a cinq ghej il caffè semplice, dieci per il doppio, correzione su richiesta, spolverata di zucchero o aggiunta di acqua calda gratis meglio non indagare.

*Brumista: lombardismo; indicava il vetturino di piazza che guidava una carrozza chiusa a quattro ruote tirata da un solo cavallo, usata per servizio pubblico; il brum, nello storpiamento dell’ingl. brougham, dal nome di lord Brougham [1778-1868] che ne lanciò la moda, indicava il fanale delle carrozze per illuminare la strada. Mestiere scomparso a fine anni ‘30.

 

Articolo precedenteTI VEDO SPINGERE IL VENTO
Prossimo articoloLA SETTIMANA DEL CERVELLO