LA VEGETARIANA

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La vegetariana di Han Kang, premio Nobel per la letteratura nel 2024, è un romanzo affascinante, sorprendente, ricco di immagini forti ed è a mio avviso un potente j’accuse verso la nostra società dominata dalla violenza.

Un terribile sogno porta una giovane donna, Yeong-hye a diventare repentinamente vegetariana, inconsapevole delle conseguenze che scatenerà la radicalità della sua decisione. La violenza che ha costantemente segnato la sua infanzia riapparirà nella sua vita più volte dopo questa sua decisione.

Le piante non fanno del male a nessuno, non predano, non uccidono, non si cibano di altre vite, non vivono una vita racchiusa nella animalità di cui suo padre, suo marito e suo cognato daranno prova. Questo il pensiero primario della protagonista. Le piante, i fiori, gli alberi si slanciano verso il sole, bevono la pioggia e attingono la loro vita da questi soli elementi: sono gli unici esseri viventi non violenti del pianeta!

Yeong-hye finirà per rifiutare ogni cibo di cui si nutrono gli animali a costo della sua stessa vita per aspirare alla felicità: divenire un maestoso albero della foresta. In questa nostra epoca che sembra precipitare verso la distruzione di ogni forma di vita e  la diplomazia sembra essere sostituita dalla forza delle armi, la protagonista diventa vegetariana come rifiuto totale della brutalità e della ferocia.

Il libro è articolato in tre parti che raccontano la vita di Yeong-hye dal punto di vista del marito, del cognato e della sorella. Nella prima parte Cheong, il marito, racconta in prima persona la repentina decisone della moglie che gli stravolge la vita.”Prima che mia moglie diventasse vegetariana, l’avevo sempre considerata del tutto insignificante”: questo il potente incipit del libro.

Yeong-hey si era sveglia da un sogno in cui lei fuggiva da una specie di macello pieno zeppo di quarti di animali grondanti sangue con i vestiti intrisi e in bocca il sapore del sangue. La mattina seguente al suo risveglio il marito la vede buttare nella spazzatura tutte le provviste di origine animale, anche surgelate. Non solo carne ma anche uova e latte. Da quel momento, mentre si susseguono sogni di violenza crescente, lei non toccherà più carne, anche a costo di deperire. Seguiranno il rifiuto dei rapporti sessuali con il marito per via dell’ “odore di carne”.

“Il tuo corpo puzza di carne” gli dirà, infatti. La sua famiglia e soprattutto il padre violento, cercherà di farle mangiare a forza un pezzo di carne, cosa che porterà ad un tentativo di suicidio di fronte ai suoi aguzzini.

La seconda parte “La macchia mongolica” è il racconto fatto dal cognato, artista più o meno affermato invaghitosi di Yeong-hye proprio a causa di quella macchia che normalmente scompare nella pubertà ma che in lei è ancora presente. Lui le propone di dipingerle il corpo con arbusti e fiori e di girare una scena di accoppiamento con un giovane anch’esso dipinto allo stesso modo.

Yeong-hye accetterà. Così dipinta lei si sente un essere vegetale, parte della natura e della foresta. Al rifiuto del giovane, sarà lo stesso cognato a prendere Yeong-hye e a filmare la scena, solo dopo essersi fatto dipingere anch’egli con foglie e fiori, condizione irrinunciabile per la protagonista.

La terza parte, “Fiamme verdi” è invece, il racconto fatto dalla sorella In-hye dal momento in cui Yeong-hye è stata rinchiusa in un ospedale psichiatrico. Con grande caparbietà, Yehong-hye vuole essere una pianta e le tappe di questa metamorfosi sono scandite dalle poche parole che dirà nel corso del tempo alla sorella durante le rare visite: “ tutti gli alberi del mondo sono fratelli e sorelle. Dicono che le mie viscere si sono tutte atrofizzate, lo sai?Non sono più un animale, sorella. Non ho più bisogno di mangiare, non più. Posso vivere senza. Ho bisogno soltanto del sole”.

Durante l’ultima visita In-hye assisterà al tentativo di medici e infermieri di alimentare forzatamente la sorella nonostante i suoi disperati tentativi di resistenza e prenderà la decisione di fermare quella violenza accettando il trasferimento per Yeong-hye in  un ospedale dove però ormai ogni cura sarà, probabilmente, vana.

Questo romanzo, come specifica la quarta di copertina, “è tutt’altro che un’opera ascetica: è un romanzo pieno di sesso ai limiti del consenziente, di atti di alimentazione forzata e purificazione – in altri termini di violenza sessuale e disordini alimentari, mai chiamati per nome nell’universo di Han Kang … Il racconto di Han Kang non è un monito per l’onnivoro, e quello di Yeong-hye verso il vegetarianesimo non è un viaggio felice. Astenersi dal mangiare esseri viventi non conduce all’illuminazione. Via via che Yeong-hye si spegne, l’autrice, come una vera divinità, ci lascia a interrogarci su cosa sia meglio, che la protagonista viva o muoia”.

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