ADDIO A FRANCESCO GUCCINI TRA ANARCHIA POLITICA E FEDELTA’ DI PARTITO

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Si è spento all’età di 86 anni Francesco Guccini, una delle voci più profonde, colte e influenti della canzone d’autore italiana. Con la sua scomparsa si chiude definitivamente un’epoca dorata della nostra musica, quella in cui le canzoni non erano semplici prodotti di consumo, ma monumenti letterari capaci di fotografare l’anima di una nazione. Guccini lascia un vuoto immenso, paragonabile solo alla vastità della sua produzione artistica.

Per decenni, il “Maestrone” di Pavana ha incarnato la figura del cantautore-poeta nel senso più nobile del termine. Non è stato un semplice musicista, ma un cronista d’altri tempi e un fine letterato prestato alla nota musicale. Le sue canzoni sono veri e propri poemi moderni, densi di citazioni colte, flussi di coscienza e quadri storici vividissimi.

Brani come Auschwitz hanno insegnato la memoria a intere generazioni, mentre Dio è morto – fulgido esempio di un’immensa spiritualità laica – riuscì nel miracolo di essere censurata dalla RAI e contemporaneamente trasmessa da Radio Vaticana.

La sua abilità nel fondere la narrazione epica con la quotidianità delle osterie bolognesi ha regalato all’Italia capolavori d’introspezione come Incontro o Vedi cara, capaci di esplorare le fragilità umane con una delicatezza e una precisione linguistica senza eguali.
Eppure, la grandezza del Guccini artista e musico stride inevitabilmente con la parabola del Guccini uomo politico e cittadino, svelando una contraddizione che ha accompagnato tutta la seconda parte della sua vita.

Se nella sua arte ha saputo cantare l’inquietudine, il dubbio e la ribellione, nella prassi politica il cantautore emiliano ha finito per incarnare un rassicurante e talvolta anche opaco conformismo.
Guccini è stato per antonomasia l’intellettuale organico, prima al Partito Comunista Italiano e poi, per inerzia geografica e culturale, ai suoi successori, fino all’odierno Partito Democratico. Una fedeltà acritica al “voto di appartenenza” tipico della sua Emilia, che lo ha trasformato da cantore del dubbio a rassicurante testimonial dell’establishment progressista.

La contraddizione più stridente emerge proprio quando si mette specchio alla sua produzione più celebre con le sue scelte civiche. La Locomotiva cantava il mito della rivolta totale, lo scontro frontale contro l’ingiustizia sociale, l’ideale libertario e indomito che rifiuta ogni compromesso con il potere. L’attuale sinistra rappresenta invece da anni l’opposto di quel romanticismo proletario, identificandosi piuttosto con l’agenda Draghi, il neoliberismo temperato, la stabilità finanziaria, i mercati e la responsabilità istituzionale. Vedere il cantore degli ultimi, dei “poveri straccioni” e dell’anarchia ottocentesca farsi normalizzatore e sostenitore dello status quo rappresenta un corto circuito ideologico che non può essere taciuto.

La “bomba” della locomotiva si è trasformata, negli anni, in una scheda elettorale d’ordinanza, piegata e inserita nell’urna per pura abitudine identitaria.
Francesco Guccini ci lascia quindi una doppia eredità. Da un lato, l’immortalità di una poesia in musica che continuerà a risuonare nelle piazze, nelle scuole e nelle osterie, insegnandoci la bellezza della parola e la forza del racconto storico. Dall’altro, il monito di una parabola politica che dimostra come anche le menti più brillanti e ribelli possano, col tempo, farsi imbrigliare dal conformismo e dalle logiche di apparato. Lo ricorderemo dunque così: fiero e malinconico sul palco con il suo bicchiere di vino, eterno anarchico nei versi, ma fin troppo disciplinato cittadino nella realtà.


 

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