STEREOTIPI E SESSISMO NELLE PUBBLICITA’ E IN RETE

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Recentemente alcuni comuni italiani, sull’onda dell’esempio di altri paesi europei, hanno stabilito restrizioni sull’affissione, per le strade, di cartelloni pubblicitari che usano (o meglio strumentalizzano) il corpo femminile. A fronte di questa notizia – e di altre simili – i commenti su su Twitter (e sui blog di rimando), si sono letteralmente spaccati in due tipologie: gli entusiastici, da una parte e i contrari dall’altra. Questi ultimi hanno sostenuto, per lo più, che decisioni del genere sarebbero connotate da forme di paternalismo e/o “censura puritana e moralista”.

Faccio riferimento, sempre per citare un esempio, ad un articolo partito dal blog abbattoimuri.wordpress.com in data 6 gennaio 2015 (e postato poi su twitter), il quale esordisce chiedendo: “Che razza di femminismo è quello che esorta le istituzioni patriarcali a decidere per noi a proposito di esposizione dei corpi nei cartelloni pubblicitari, nei media, o di decidere per noi a proposito del mestiere che scegliamo di fare? Che femminismo è quello che impone alle donne, tutte, di dividere le schiavitù buone da quelle cattive, le scelte buone da quelle cattive… Che femminismo è quello che sceglie, volutamente, di ignorare la voce delle sex workers, delle attrici porno, delle donne che vogliono abortire, di quelle che vogliono affittare l’utero, delle migranti che vogliono emanciparsi attraversando il mondo anche a piedi scalzi pur di farlo e che non vogliono essere oggetto di nessun prurito neocolonialista. Che femminismo è quello che ci dice come e quando una donna è veramente libera e quando invece no?”

Ho voluto riportare questo stralcio perché mi sembra occorra fare alcuni distinguo. Sono perfettamente d’accordo sul fatto che le donne debbano fare le scelte che vogliono e gestire il loro corpo come meglio credono e che nessuno debba erigersi a loro giudice. Ne sono profondamente convinta ma non mi risulta che ci siano movimenti o associazioni femministe che cerchino di decidere o imporre alle donne cosa sia bene o male per loro, soprattutto poi in fatto di aborto. Mi risulta che a mettere in discussione il diritto all’aborto siano le associazioni dichiaratamente antiabortiste, magari a prevalenza femminile (in quanto ad iscrizioni) ma non per questo femministe.

Potrei anche sbagliarmi, naturalmente, ma, in ogni caso sono anche molto dubbiosa sulle affermazioni che riguardano la questione dell’esposizione dei corpi nei cartelloni pubblicitari. Perché in questo particolare caso mi sembra che la faccenda sia decisamente più complessa e contraddittoria e non la si possa liquidare così velocemente, ne tanto meno accomunare ad altre. La sensazione che ho (dopo aver letto diversi articoli e commenti) è che si voglia far passare il messaggio per cui i cartelloni pubblicitari con donne nude o seminude, rappresentino la libertà delle donne di potersi spogliare come e quando vogliono e come se questa fosse davvero una conquista femminista. E magari lo sarebbe anche se si trattasse di corpi nudi svincolati da messaggi commerciali.

La nudità, infatti, non è mai volgare o scandalosa e nemmeno offensiva, può diventarlo però se viene associata a determinati messaggi o contesti. Esattamente come fa un certo tipo di cartellonistica o di media, come quello di cui parla, ad esempio, Riccardo Iacona nel suo libro “Utilizzatori finali” in cui una donna nuda (ma provvista di tacco 12) sta stirando i pantaloni ad un uomo che, in boxer, sta leggendo il giornale. E’ evidente che l’indignazione di coloro che ne hanno chiesto il ritiro non riguardava la nudità della modella sul manifesto ma il messaggio sessista che la pubblicità intendeva divulgare. Sono stati purtroppo in molti a non capire questa differenza che, francamente, non mi sembra neanche così sottile. Ma su questo tornerò dopo.

Intanto mi preme dire che il cartellone pubblicitario non rappresenta affatto la libertà di una donna di mostrarsi nuda, rappresenta, invece, caso mai, la strumentalizzazione che la pubblicità fa della donna in questione, o comunque del suo corpo.  Rappresenta cioè,  la libertà delle agenzie pubblicitarie di scegliere e usare un corpo a fini commerciali e spesso strumentali. Non dimentichiamoci che è l’agenzia a decidere e a scegliere i corpi che possono permettersi di spogliarsi, non certo le donne. I corpi richiesti dalle agenzie sono tutti giovanissimi e molto belli o al massimo un po’ meno giovani ma, in tal caso, rigorosamente ritoccati o gonfiati con protesi siliconiche.

C’è dunque un primo grosso equivoco che non si può far finta di ignorare: Sono le donne a decidere  di spogliarsi e farsi vedere come e quando vogliono o sono le leggi del mercato che concedono alle belle e giovani donne (e solo a quelle) di esibire i loro corpi nudi? La cartellonistica pubblicitaria stradale  può, al massimo, rappresentare la libertà delle donne giovani e belle di farsi vedere nude, ovvero di una categoria di donne ben ristretta, anche se la tendenza a farsi siliconare è in forte aumento. E già qui c’è una sorta di discriminazione, che non è poi così diversa da una forma di censura se non fosse che la censura vera e propria è solo quella imposta per legge. In ogni caso non è comunque una forma di libertà. Libertà sarebbe quella di poter mostrare la propria nudità, a qualsiasi età e al di fuori di qualsiasi strumentalizzazione pubblicitaria, cosa che, al momento, mi sembra sia  praticabile, al massimo, in qualche spiaggia per nudisti, aperta a tutti, e forse neanche più in tali contesti perché, se andiamo a vedere, i condizionamenti estetici di una cultura che venera il giovanilismo a tutti i costi, sono molto più potenti e inibenti di qualsiasi censura moralistico/puritana.

Prima di proseguire con gli altri punti, vorrei però riportare parte di un altro articolo sempre tratto dallo stesso blog in data 25 marzo 2015.

Il pezzo dice: “Mettiamo il caso che effettivamente uno si ‘ngrifa se vede un culo nudo su un manifesto pubblicitario. Gli può succedere che fa una frenata brusca, può causare un tamponamento, gli verrà un infarto, si lancia in corsa con il semaforo rosso, si fa una sega in mezzo a un parco frequentato dai bambini e dalle loro balie, procederà fino a raggiungere la cima per leccare il cartellone nelle parti ignude. Immaginiamo pure che si tratta di igiene sociale e che per ripulire il mondo da segaioli impuniti bisogna cancellare ogni tentazione, così come diceva il buon prete della chiesa all’angolo, perché la decisione di occultare le tentazioni ha molto a che fare con la santa inquisizione e con i democristiani. La gente veramente libertaria o di sinistra non dovrebbe pensare che esista una colpa che risiede direttamente nella chiappa della modella esposta. Se il messaggio è che per risolvere la violenza di genere dobbiamo allungare le gonne alle modelle dei manifesti, dove sta la conquista? Dunque le violenze dipendono sul serio dalle minigonne? Siano noi peccatrici a provocare la sessualità malata degli uomini? E chi pensa che gli uomini siano sessualmente e in origine malati, non è uguale a un omofobo che tratta un gay come un appestato? Chi ha detto che la sessualità degli uomini sia il male? Chi dice che le immagini condizionino quegli uomini al punto da doverci tutte censurare? E dopo i manifesti cos’altro copriremo? Le statue, i quadri e poi censureremo gli orgasmi delle donne?”

L’articolo si intitola “Noi siamo nude di diritti” e anche in questo caso si usa il termine censura ma  soprattutto si cerca di far passare la richiesta di rimuovere i suddetti manifesti pubblicitari come se fosse l’equivalente di una sorta di  igiene sociale atta a ripulire il mondo da “segaioli impuniti” e che potrebbe arrivare a vietare il nudo nell’arte e l’orgasmo femminile.

Sulla questione dell’orgasmo non mi pronuncio perché prima magari gli autori dell’articolo dovrebbe spiegarmi come si potrebbe mai controllare davvero se una donna menta o meno al riguardo, ma sul resto vorrei dire che a me non risulta esistano realtà o movimenti che abbiano mai avanzato l’idea di censurare il nudo nell’arte. Anzi.

Quello che alcune associazioni femministe stanno facendo, infatti, non è mettere in discussione il nudo ma la sua strumentalizzazione e tra i due concetti c’è, francamente, un abisso. L’altra cosa che mi da fastidio è: come mai le donne nei cartelloni pubblicitari e negli spot televisivi rappresentano sempre giovanissime e sculettanti bombe sexy o, in alternativa, perfette donne di casa, magari un po’ meno giovani, ma rigorosamente intente a soddisfare i bisogni dei loro uomini (che siano sessuali o di accadimento)?  Come mai, in quest’ambito, non vediamo mai, che so, una donna che faccia la camionista o l’ingegnera mineraria (con tanto di caschetto in testa) o magari anche la chirurga o la magistrata? Come mai l’immagine della donna che fa vendere deve essere per forza subalterna all’uomo? Come mai non possiamo vedere una donna che torna dal lavoro e si mette a tavola a mangiare la cena preparata dal maritino? Come mai non vediamo un uomo delle pulizie o anche solo che fa le pulizie o che magari stira i pantaloni di una donna seduta in poltrona a leggere un giornale?

Voglio insistere su questo punto per ribadire che, chi si batte per l’eliminazione della cartellonistica pubblicitaria di cui sopra, non lo fa per moralismo o perbenismo, bensì per un discorso molto più complesso che riguarda la questione degli stereotipi.

Non si tratta di una questione di poco conto, anche se come fa notare l’articolo sopra citato, le donne debbono confrontarsi tutti i giorni con la carenza di una “copertura che possa garantire cibo, casa, sanità, istruzione e pensione”. Sono perfettamente d’accordo sul fatto che ci sia bisogno di coperture più urgenti, oggi, per molte donne, ma non penso che una cosa debba escludere l’altra. Anzi.

Quello degli stereotipi è uno dei sistemi con cui, in questo paese, si continuano a perpetrare disuguaglianza e discriminazione nei confronti delle donne in ogni ambito, compreso quello lavorativo. Se non c’è un legame diretto, come molti fanno notare, tra la nudità strumentalizzata sui cartelloni e la violenza sulle donne, ce n’è però uno indiretto. La pubblicità e i media contribuiscono a generare il clima culturale stereotipato e discriminatorio che si respira in questo paese e che, anche se in modo indiretto, genera comportamenti intimidatori e violenti nei confronti delle donne.

Non sono infatti neanche in pochi a pensare che via sia una profonda connessione tra la violenza nei confronti delle donne (fisica o psicologica che sia) e la loro discriminazione. La discriminazione si nutre di stereotipi, così come questi si nutrono di immagini pubblicitarie.

“Sono convinta che esista un legame diretto fra discriminazione e violenza” scrive ad esempio, l’avvocata Giulia Bongiorno in un articolo pubblicato dal Corriere della Sera in data 24 agosto 2014 “E siccome le donne sono discriminate nella vita politica, economica e sociale del Paese, io credo che quanto più con delle leggi si riesce a spingere per far emergere le donne tanto più si combatte in maniera indiretta, ma efficace, la violenza di genere. Questa violenza ha la sua radice nella disuguaglianza e io sono convinta che violenza e discriminazione siano due facce della stessa medaglia”.

La cultura dei ruoli è alla base della violenza fisica e psicologica che ci colpisce tutti. “Pochi capiscono” spiega ancora Riccardo Iacona “che messaggi di questo tipo armano la mano di chi picchia, stupra e uccide una donna”.

Non esiste alcuna colpa “che risiede direttamente nella chiappa della modella esposta”. Il problema non è una chiappa nuda. Il problema è ben più complesso di così ed è per questo che suscita grandi discussioni e conflitti.

Se da una parte è scorretto cercare di limitare l’emancipazione e l’autonomia delle donne demonizzando alcune scelte come quella di prostituirsi liberamente e volontariamente, dall’altra è altrettanto ingiusto etichettare come moraliste le donne (o le femministe) che si sentano offese dalle pubblicità sessiste come quella sopra descritta.

 

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