MUSICA E SILENZIO – DIVAGAZIONI SUL FILO

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Una volta se ne parlava spesso (me sembra che ora si torni a dibatterne).

Bastava dire qualcosa di profondo sulla musica e, zacchete, qualcuno ne diceva una più profonda sul silenzio. Silenzio e musica. Il silenzio come entità necessaria della musica.

C’erano due partiti, due scuole di pensiero. Due “parrocchie”. La prima era quella dei germinalisti, per i quali il silenzio precede la musica e la contiene, è suono in potenza, trama di proporzioni armoniche, silenziose sub specie aeternitatis ma gravide di vibrazioni nel loro esserci qui e ora, codice matematico che governa la percezione sonora. Armonia delle Sfere, cieli rotanti sopra la luna, Platone, somnium Scipionis, Athanasius Kircher, Keplero…

Pensa, si diceva, all’attimo in cui il solista nella sala gonfia di silenzio attacca la prima nota: un cataclisma, altro che muro del suono, discrimine – anzi filo dentale – tra due dimensioni del tempo, tra essere e divenire. Oppure, scriveva Pascal Quignard (ma chi era costui?), il silenzio della musica che esiste ma non la si conosce, e quello della musica ascoltata ma che non risuona più, simulacrum mortis.

Poi, immancabile, saltava su uno che aveva capito tutto: ovvio che les deux se tiennent , se non c’è silenzio la musica non si sente. E per contro, se il rumore ammazza la musica, la musica ammazza il silenzio. O ammazza il rumore, noise killing? Stendiamo un velo.

La seconda era quella degli empirici che pensavano invece che era la musica a contenere il silenzio in quanto ingrediente essenziale, tipo la cipolla nel soffritto. La musica humana almeno, non quella ex machina. Ci sono musicisti che non ne fanno gran uso e altri che sono maestri nell’arte delle pause. Pause che sparigliano (Haydn), che respirano (Thelonious Monk), che dilatano (Anton Webern), che filtrano (John Cage).

E poi pause che interrompono, pause che sospendono, pause che distendono, pause che tendono… Puoi averlo sentito cento volte (anzi proprio perché l’hai sentito cento volte), il silenzio che precede l’Arietta della 111 di Beethoven è come l’apnea del bambino che anela a sentire il brivido che altre volte ha provato.

Apnea sul filo della memoria e dell’attesa. Come la pausa (brevissima: 1/8) che ritarda di una interminabile frazione di secondo l’attacco di E lucevan le stelle (Puccini, Tosca).

La relatività di Einstein e la meccanica quantistitica hanno bistrattato il vecchio, caro tempo newtoniano, che era una certezza, e come tutte le certezze permetteva di divagare spensieratamente sul terreno “molliccio” del soggettivo… Ma adesso basta “ponzare”.

Già all’epoca c’era sempre qualcuno che sufo di tanto sfregar di capocce tirava fuori la vecchia storiella di quel tizio che in albergo cercava di prendere sonno e all’improvviso gli arriva dalla stanza attigua il botto di una scarpa che cade. Non la sapete? Il vicino maldestro era anche gentile e la seconda scarpa se la leva con cautela per non fare rumore. Dopo mezz’ora un urlo: Te la vuoi togliere quell’altra cazzo di scarpa, figlio di buona donna!

Il silenzio.

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