REVENANT VINCE TRE PREMI OSCAR

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Revenant è un film che ritrae, in modo molto crudo (e anche piuttosto violento), la vita nei territori di frontiera americani, nell’800. Territori battuti, all’epoca, solo da esploratori, mercenari o cacciatori di pelli che dovevano vedersela con le tribù autoctone dei nativi americani.

Pur non essendo un’amante delle scene e delle storie violente, devo dire che “Revenant” (diretto, co-prodotto e in parte scritto dal regista Aleandro González Iñárritu) è  un film rivelazione. E’ anche riuscito, in un certo senso, a riconciliarmi con il genere western. Diversamente da quelli “edulcorati” che mi toccava vedere da ragazzina, infatti, questo film mi ha consentito di farmi un’idea realistica di quella che doveva essere la vita nei territori ancora inesplorati degli Stati Uniti. Fantastici luoghi ancora intatti, che la fotografia e le riprese eccelse di questo film, restituiscono utilizzando luci, tagli e punti di vista unici.  Dettagli non da poco che rendono assolutamente necessario vederlo sul grande schermo.

Nessuna violenza gratuita, quindi ma quella necessaria a rendere il film quanto più realistico possibile. La storia, in effetti è ispirata ad eventi realmente accaduti ed è incentrata su una spedizione di cacciatori di pelli nel nord Dakota, che vengono improvvisamente attaccati dagli indiani e, dunque, decimati. A guidare la spedizione è il leggendario esploratore Hugh Glass (interpretato da Leonardo Di Caprio) ingaggiato in quanto conoscitore di quelle terre e di possibili vie di fuga in caso, appunto, di eventuali attacchi indiani. Con lui c’e anche suo figlio Hawk.

Scampato per miracolo al suddetto attacco, Glass si imbatte, poco dopo, in una femmina di Grizzly, con cucciolata al seguito, che lo aggredisce – e quasi lo finisce – provocandogli una brutta ferita alla gola. Gli altri componenti del gruppo provano a ricucirlo alla bell’e meglio e costruiscono una barella improvvisata per poterlo trasportare. Presto però si rendono conto di non farcela a trasportarlo e, credendolo ormai in fin di vita, decidono di abbandonarlo, anche se non completamente. Due del gruppo, Bridger e  Fitzgerald, si offrono di restare con lui e con suo figlio Hawk, per dare alla loro guida una dignitosa sepoltura.

Ma mentre Bridger è un amico di Glass,  Fitzgerald è un mercenario senza scrupoli e una testa matta che accetta l’incarico solo per la ricompensa in denaro. Così, alla prima occasione questi tenta di soffocare il moribondo, per affrettarne il decesso ma, sorpreso da Hawk, si avventa su quest’ultimo e lo uccide, occultandone poi il cadavere.

Il povero Glass è costretto ad assistere impotente all’uccisione del figlio, senza poter nemmeno urlare o avvisare Bridger, a causa della ferita alla gola, che gli rende impossibile emettere suoni articolati e parole comprensibili. Hawk, intanto, convince Bridger della morte di Glass e ipotizza che suo figlio si sia allontanato volontariamente e sia probabilmente disperso da qualche parte.

E a questo punto viene il bello. Se in condizioni normali, Glass sarebbe molto probabilmente morto, ora invece, a tenerlo in vita, è la volontà di vendicare suo figlio. Una volontà che cresce man mano con la sua graduale – ma tutto sommato veloce – guarigione dalle ferite e con il recupero delle forze.

Ciò che è davvero interessante, a questo punto della vicenda, sono le tecniche, assolutamente geniali, che Glass adotta per riuscire a sopravvivere al freddo, alle infezioni e ad altri eventuali predatori. Intanto riesce a disinfettarsi la ferita alla gola con la polvere da sparo. Poi si costruisce una sorta di rudimentale cotton fioc  con un rametto intorno a cui attorciglia degli arbusti secchi e gli da fuoco in modo da cauterizzare definitivamente il tutto.   E poi riesce persino a nascondersi e a riparasi dal freddo, eviscerando il suo cavallo – morto in un incidente – e infilandosi nel suo ventre.

Il film ha trionfato alla cerimonia degli oscar vincendo la statuetta per il miglior regista, il miglior attore protagonista (finalmente Di Caprio ce l’ha fatta) e la migliore fotografia (quella di Emmanuel Lubezki) ma aveva già sbancanto anche ai Golden Globes.  Anche qui era stato premiato come miglior regia, miglior film drammatico e miglior attore in un film drammatico.

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