DAVID BOWIE, ICONA DI STILE E DI ANTICONFORMISMO

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Quando ho appreso la  notizia della morte di David Bowie ho pensato che fosse finita un’era, almeno per quelli che, come me, sono cresciuti ascoltando la sua musica. Anche se, chi entra nel mito non muore mai, anche se la sua musica rimarrà ad aeternum, i suoi fan, sentendosi improvvisamente orfani, continuano a piangerlo e a ricordarlo sui social, ma anche portando omaggi floreali e biglietti davanti alla sua abitazione di Brixton, a Londra nonché a quella di Berlino, dove visse negli anni’80, diventando uno dei promotori della caduta del muro.

Di quel periodo non si può non ricordare la famosa trilogia berlinese (ovvero gli album LowHeroes e Lodger) e la sua apparizione nel film “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”, che tanto fece scandalo quando approdò nelle sale cinematografiche. Era il 1981e così come il libro – da cui era tratto – quel film fu, e rimane, una sorta di manifesto di denuncia sulle condizioni di vita di molti giovani europei in bilico tra droga e prostituzione.

La sua musica ha attraversato cinque decenni conquistando più generazioni, con brani che entreranno nel mito prima ancora che nella storia del rock: Ziggy Stardust, Space Oddity, Changes, Life on Mars, Heroes, solo per citarne alcuni.

David Bowie non era però amato e seguito solo per la sua musica, ma per qualcosa di più. Era innanzi tutto un’icona. Un’icona, al contempo, di stile e di anticonformismo. Basti pensare all’immagine androgina di Ziggy Stardust con la quale lanciò il glam rock, scardinando, allo stesso tempo, le convenzioni di genere. In questo senso, fu un vero anticipatore dei tempi.

Già dalla metà degli anni ’60, d’altronde, Bowie portava lunghi capelli biondi che lo rendevano – visti i suoi lineamenti delicati – molto più somigliante a una donna che a un uomo. Una scelta piuttosto coraggioso per l’epoca, visto che anticipava la moda dei “capelloni” e l’ondata “rivoluzionaria” sessantottina.

Erano anni, quelli, in cui, se da una parte c’erano forti realtà e correnti conservatrici, dall’altra – in certi ambienti culturali e artistici – si respirava un’aria di grande libertà e tolleranza nei confronti di tutto ciò che fosse – o fosse considerato – diverso e David Bowie ne divenne un emblema tra i più rappresentativi.

Io ero molto piccola negli anni ‘70 eppure ho ricordi molto nitidi dell’atmosfera che si respirava. Non potevo ovviamente capire le questioni politiche in atto, ma – avendo cugini più grandi con cui vivevo – era lampante per me che la musica che loro ascoltavano e i vestiti che indossavano non fossero solo una questione di moda. In qualche modo intuivo che attraverso quella musica e quell’abbigliamento,  i giovani di allora, esprimevano una forma di contestazione e un modo di tagliare con il passato.

Il Rock – o se vogliamo allargare il campo – la musica leggera, non era solo una moda decisa a tavolino dalle case discografiche, come se fosse un prodotto di consumo qualsiasi per garantire al pubblico un po’ di svago o un innocente passatempo. In parte era anche quello, ma non solo. Era un modo nuovo di stare al mondo, più critico e quindi anche più consapevole.

Ancora verso la fine degli anni ’80, quando io frequentavo l’università, e quasi ovunque ormai imperversava lo stile berlusconiano delle tv commerciali e della “Milano da bere”, in certi ambienti accademici (nelle facoltà umanistiche) permanevano i valori della contestazione e del progredire – per citare De Andrè – in direzione ostinata e contraria, o almeno vigile e critica, anche per chi, come me, non faceva attività politica. Basti pensare al movimento studentesco della Pantera che ebbe inizio con l’occupazione dell’università di Palermo nell’89 e che dilagò fino a Torino per la durata complessiva di quasi un paio d’anni.

Debbo dire che ogni tanto, di fronte all’appiattimento di oggi e all’omologazione imperante, ho nostalgia di quegli anni in cui personaggi come David Bowie osavano andare contro corrente e sperimentare. Anni in cui ai ragazzini (me compresa) si insegnava ad essere unici e diversi dagli altri, a ragionare con la propria testa, a mantenere sempre vigile il senso critico per non farsi fare il lavaggio del cervello da pubblicità idiote o mode imposte. Per molti, seguire le mode era “roba da pecoroni” o da personalità fragili che avevano bisogno di uniformarsi alla massa anonima. Era auspicabile, piuttosto, crearsene una propria, a dispetto di ciò che volesse il mercato e a dispetto del gusto imperante. Un concetto che oggi non sappiamo neanche più dove stia di casa.

Passando da uno stile all’altro, con eccezionali abilità trasformiste, Bowie reinventava se stesso e la sua musica senza adattarsi mai alle tendenze, ma anticipandole sempre o creandone di nuove e senza mai cercare di blandire il suo pubblico. Era il pubblico che, se voleva, continuava a seguirlo adattandosi alle sue sperimentazioni o almeno cercando di capirle. Pensiamo anche solo all’immagine del sottile duca bianco che, soppiantando quella di Ziggy stardust, creò non poco sconcerto tra i fan, anticipando però, poco dopo la metà degli anni ’70, l’estetica di quella corrente che, più tardi, prenderà il nome di New wave.  Nei primissimi anni ’80 la New wave cominciava ad identificare la musica e lo stile undrground del Regno unito, che provava a mischiare generi diversi – dal punk all’elettronica – creando nuovi orizzonti e nuove sperimentazioni estetiche e sonore.

Incuriosito dalla musica elettronica Bowie pubblicava già nel 1977, l’album Low, che rientra appunto nella famosa Trilogia di Berlino e che inizialmente ricevette critiche negative per la sua apparente difficoltà e perché sembrava difficile anche da commercializzare ma che, invece, si rivelerà successivamente, un vero e proprio album di culto, al punto tale che Philip Glass arriverà a definirlo “un’opera geniale di incomparabile bellezza”. Lo stesso Glass nel 1992 produrrà un’intera sinfonia basata sulle musiche e le atmosfere di quell’album, la Low Symphony. Mi fermo qui perché la mia intenzione non è di ripercorrere la sua intera biografia ma solo di ricordarne la grandezza. Lo farò, in chiusura, con una frase postata su twitter nei giorni scorsi che dice “ Grazie David, con le tue parole hai aperto il mio cuore e la mia mente, come nessun’altro al mondo”

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L’immagine appartiene al sito ufficiale http://www.davidbowie.com

 

 

 

 

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