ANNO NUOVO, VITA NUOVA

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Immagine del Comune di Torino

“Adesso basta” scrive Simone Perotti, ex manager che ha lasciato spontaneamente il lavoro, per mettersi a scrivere, passando così ad uno stile di vita completamente diverso, con meno soldi ma anche meno stress. “Adesso basta” è, infatti, il titolo del suo libro, recentemente pubblicato da Chiarelettere, in cui ci racconta la sua esperienza e quella di molti altri che, come lui, hanno cambiato radicalmente il proprio modus vivendi.

Sono parecchi,infatti, ad aver fatto scelte analoghe (o comunque alternative) per reagire, in qualche modo, a questo stato di crisi generale, non solamente economico.

Sembrerebbe paradossale lasciare una carriera bene avviata, in un momento in cui molti faticano a tenersi il proprio posto (fisso o a tempo determinato che sia), ma il problema, a questo punto, non riguarda più soltanto il fatto di avere o non avere un lavoro, o di mantenerlo, bensì anche la qualità dello stesso. Come si riesce a portare avanti la propria professione? A quali condizioni? Chi non ha (o non ha avuto) la sensazione, ad esempio, di aver cominciato a lavorare molto di più, guadagnando meno o espletando le proprie mansioni in condizioni sempre peggiori?

Viviamo un tale stato di crisi (economica, ambientale, culturale etc), che siamo, sempre più, disorientati e confusi.

Per alcune persone, però, è proprio questo stato di cose ad aver rappresentato uno stimolo per il cambiamento.

Cercherò pertanto di tracciare un percorso attraverso alcuni testi che spiegano cosa possiamo fare per cambiare, se vogliamo, la nostra vita, operando quelle che potrebbero essere le scelte migliori per noi, all’interno dei grandi cambiamenti in atto nella nostra economia, nella nostra società e nel mondo del lavoro.

D’altronde, che avremmo dovuto, prima o poi, abituarci ad un cambiamento di paradigma in diversi ambiti del nostro vivere quotidiano, lo pronosticavano già in molti, tra cui, ad esempio, Luca Mercalli con il suo libro “Prepariamoci a vivere in un mondo con meno risorse, meno energia, meno abbondanza… e forse più felicità” (di cui parlammo ampiamente all’epoca della sua pubblicazione).

Come spiega, infatti, l’economista Mauro Gallegati “Il paradigma della crescita quantitativa e illimitata è ormai fallito” ed ora siamo ad un bivio di fronte al quale è importante prendere coscienza del modo innaturale che da decenni contraddistingue il nostro stare al mondo (vivere per lavorare, lavorare per consumare etc).

Partiamo dunque con Simone Perotti che, come già accennato, ha pensato bene di raccontare la sua storia e quelle di altre persone che, come lui, hanno detto basta e ce l’hanno fatta. Il libro sopra citato è considerato il primo manuale sul downshifting e racconta tutto: i dubbi e i pericoli nascosti, i momenti di difficoltà e gli entusiasmi, il sogno e il progetto. E’ una mappa, dunque, per non sbagliare, per non dover tornare indietro una volta partiti. Lasciare il lavoro e cambiare vita (senza essere ricchi di famiglia o aver vinto al superenalotto) è, infatti, una scelta che può costituire la realizzazione di un sogno oppure, al contrario rivelarsi un fallimento.

Ma che cos’è il downshifting? Letteralmente significa “muoversi verso il basso”, ma più colloquialmente c’è chi lo traduce come “scalare le marce, rallentare”. Significa ad esempio prendersela con più calma, senza affannarsi, soprattutto per i soldi e la carriera. Significa fare meno ma anche meglio e soprattutto fare anche quello che ci piace, magari rinunciando al suv o all’ultimo modello di smartphone. Significa avere più tempo per sé e la propria famiglia, riducendo quegli aspetti peculiari della vita occidentale che provocano stress, ansia, perdita di contatto con le cose che hanno davvero valore e, alla fine, rischiano di far perdere il senso e il gusto di vivere.

Ma un conto è partire con un’esperienza da manager alle spalle, un altro, soprattutto se si è giovani, è confrontarsi con il mondo quando si è potuto sperimentare solo il precariato, se non la disoccupazione. Se si è giovani o si vive una situazione di precariato il cambiamento, può derivare dall’unire le forze. Unendosi si può, infatti, acquisire un certo peso sociale ed elettorale per poter avere voce in capitolo. A spiegarlo è Emanuele Ferragina, docente di Politiche sociali ad Oxford, nel suo saggio “La maggioranza invisibile” recentemente pubblicato dalle edizioni Bur. Per maggioranza invisibile, Ferragina intende l’insieme di disoccupati, precari, pensionati e immigrati, che oggi, in Italia, non riesce ad essere sufficientemente coesa o strutturata per avere voce in capitolo nella nostra società. Si tratta di una fetta consistente della società italiana, eppure ignorata sia dalla politica sia dai sindacati. Una maggioranza silenziosa, perché incapace di riconoscere la sua forza elettorale.

Secondo Ferragina “La maggioranza invisibile è profitto che finisce sempre nelle tasche di qualcun altro, è manodopera qualificata ma a basso costo, è elusione continua delle regole per far galleggiare un paese al collasso”. Portando alla luce problemi, tratti distintivi e potenzialità di questa maggioranza invisibile e dimenticata, Ferragina fa luce sulle ragioni del disagio sociale che oggi paralizza lo Stivale e ricostruisce gli eventi che hanno condotto alla crisi in cui siamo impantanati, proponendoci una nuova visione progressista capace di dare voce a chi, da troppo tempo, manda avanti il paese senza ricevere nulla in cambio.

Sobrietà, solidarietà e cooperazione è anche la formula ideata da Maurizio Pallante che ha dato il via (scrivendo anche un libro) al movimento della “Decrescita felice” (in alternativa potete anche consultare il sito, http://decrescitafelice.it). Ma di cosa si tratta esattamente? Il Movimento per la decrescita felice è stato fondato il 15 dicembre 2007 dopo un anno di confronti e discussioni tra le persone e i gruppi che si riconoscevano nella teoria delineata nel suddetto libro “La decrescita felice”, pubblicato da Lindau.

Gli stili di vita della decrescita promuovono appunto la sobrietà, la sostenibilità (ecologica e sociale), la calma e le relazioni fra le persone. Valorizzano la convivialità, la cooperazione e l’altruismo a scapito dell’individualismo e della competizione. Il fine ultimo è quello che l’uomo si ponga in maniera diversa nei confronti dei suoi simili e nei confronti della natura, in una atteggiamento di maggior armonia, piuttosto che di sfruttamento; un atteggiamento in cui la frenesia dei tempi moderni possa lasciare sempre più spazio alla lentezza, alla contemplazione e ad una piena espressione della propria affettività che non può che portare con sé una maggiore serenità. Una buona decrescita mira anche a riacquisire un legame con il sapere e il saper fare del passato, andando oltre l’equazione moderna che fa coincidere il nuovo con il meglio e tutto il resto con il concetto di “sorpassato”. Contemporanemente però questo stile di vita incentiva tutto il meglio che la modernità propone. Da un punto di vista economico per facilitare l’instaurarsi di stili di vita più “decrescenti”,  si dovrebbe incentivare l’autoproduzione di beni alimentari primari e servizi (da coltivarsi un orto a farsi il pane in casa, a ripararsi la bicicletta e tutto ciò che siamo in grado di aggiustare autonomamente), gli scambi non mercantili fondati sul dono e la reciprocità, la riduzione del tempo dedicato al lavoro salariato a favore dell’aumento del tempo dedicato alle relazioni interpersonali, e il riappropriarsi delle dimensioni dell’esistenza “rimosse” (sociali, politiche, culturali, artistiche, spirituali, etc.). “Se tutti fossimo più sobri”, sostiene Pallante “potremmo lavorare meno e dedicarci maggiormente ai noi stessi, alla nostra vita e agli altri e vi sarebbe qualche posto di lavoro in più per qualche giovane disoccupato”.

Concluderei con “Il cammino della speranza” di Stephane Hessel ed Edgar Morin (anch’esso edito da Chiarelettere). “Il vivere bene può sembrare sinonimo di benessere” spiegano gli autori “ma nella nostra società, la nozione di civiltà si è ristretta alla sua accezione materiale che implica comodità, possesso di oggetti e di beni, ma non ha nulla a che vedere con ciò che è proprio del vivere bene, vale a dire: la realizzazione personale, le relazioni amorose, l’amicizia, il senso della comunità…” Il saggio in questione ci spiega che, cominciando da casa nostra, dovremmo sostituire all’imperativo unilaterale della crescita un imperativo complesso, che determini quello che deve crescere ma anche quello che deve decrescere. Così, se bisogna far crescere le energie verdi, i trasporti pubblici, l’economia sociale e solidale, la scuola, la cultura, gli interventi che mirano all’umanizzazione delle megalopoli, bisogna parallelamente far decrescere l’agricoltura industrializzata, le energie fossili e nucleari, i parassitismi degli intermediari, l’industria bellica, le intossicazioni del consumismo e l’economia del superfluo e della superficialità

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