PAROLA D’ORDINE TEMPESTIVITA’

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Alzi la mano chi è stufo di ascoltare l’imperante narrazione della pandemia dal punto di vista del numero dei morti e dei contagi (soggetta a grossolani errori come quello che ha portato a prorogare la zona rossa in Lombardia lo scorso gennaio) piuttosto che da quello dei tantissimi casi di coloro che sono guariti. Sono ben consapevole, intendiamoci, del dramma  causato, negli scorsi mesi, dal numero dei decessi, nonché della sofferenza di  tante persone che hanno perso i propri cari, senza neanche poterli riabbracciare e senza aver avuto la possibilità di essere con loro nel momento del trapasso. Immagino sia stata un’esperienza terribile e, per alcuni, anche devastante.

Ma proprio per questo penso che ognuno di noi dovrebbe sentir gravare sulla propria coscienza, l’imperativo categorico e morale che ci porti a contribuire alla diffusione di una narrazione molto più realistica e rassicurante rispetto a quella forzatamente terroristica o terrorizzante (tanto per fare del sensazionalismo), ancora in parte in atto, soprattutto dal momento che non possiamo contare sull’immediatezza dei vaccini, che per altro nessuno ci ha ancora garantito essere poi così efficaci. E’ notizia recente, ad esempio, che quelli della Johnson & Johnson raggiungano un’efficacia pari solo al 66% e ancora si discute se AstraZeneca si possa somministrare o meno a persone sopra i 55 anni. Mi sembra pertanto giunta l’ora di dire a gran voce che dal Covid si può guarire e che, se preso in tempo utile, non è letale, o comunque lo è in una percentuale davvero minima.

Se trattati in tempo utile – tengo a sottolinearlo – i sintomi regrediscono. Se, in altre parole, si evita di lasciarli peggiorare o degenerare, guarire è possibile, anche per le persone anziane e/o con patologie pregresse, evitando per di più di finire in ospedale. Agli esordi della pandemia i medici ovviamente brancolavano nel buio ma, a contribuire al disastro ospedaliero, è stata anche la quasi inesistenza ormai, nel nostro Paese, della medicina di territorio.  Sono moltissime ormai le persone che lamentano (quando interpellate in trasmissioni televisive come “Presa diretta” su Rai 3 o “Fuori dal coro” su Rete 4) di essere state abbandonate a sé stesse, proprio nel momento del bisogno, ovvero quando si sono ammalate di Covid. Numerosissime anche quelle che denunciano la morte dei propri cari perché nessuno è andato a casa loro a curarli.

Monitorati esclusivamente per telefono, a questi pazienti, veniva detto di restare a casa in vigilante attesa ed eventualmente assumere Tachipirina, in caso di febbre. Peccato che così facendo quasi tutti si aggravavano e finivano in ospedale quando ormai era troppo tardi.

Mi ha colpito in particolare la testimonianza di una donna che ha raccontato come il risultato del tampone fatto a suo padre, fosse arrivato a casa quando lui ormai era già deceduto. A denunciare questo stato di cose, anche e soprattutto una serie di medici che, già da marzo del 2020, hanno deciso di recarsi comunque (anche in mancanza di linee guida da parte della gestione sanitaria), a curare i propri pazienti nelle loro abitazioni. Così facendo si sono accorti che, somministrando le giuste medicine, all’insorgere dei primi sintomi e senza aspettare l’esito del tampone, i pazienti guarivano. Intervistati soprattutto da Mario Giordano su Rete 4, ma anche da altre testate giornalistiche come il Sole 24 Ore, hanno spiegato che nella maggior parte dei casi è stato sufficiente somministrare antinfiammatori, antibiotici ed Eparina. Normalissimi farmaci del prontuario medico.

Un medico d’altronde è in grado di riconoscere i sintomi di una complicanza polmonare anche senza dover attendere l’esito del tampone. E’ sufficiente, tra gli altri accertamenti, auscultare i polmoni. Cosa che certo non si può fare per telefono.

Negli ultimi mesi, fortunatamente, il numero di questi medici è aumentato e, in tutta Italia si sono ormai organizzati in comitati e associazioni che intervengono volontariamente, proprio per sopperire alla latitanza della medicina territoriale. Però, inspiegabilmente, a parlarne sono ancora in pochi. Un vero peccato perché se lo si fosse fatto prima e in modo più incisivo o amplificato, con molta probabilità, tante vite si sarebbero potute salvare e soprattutto non ci sarebbe stato un sovraffollamento senza precedenti negli ospedali, tale da diventare emergenza.

La cosa particolarmente interessante che è emersa da queste inchieste comunque è che il fattore determinante per guarire sembra proprio essere la TEMPESTIVITA’ con la quale si interviene. Intervenire ai primi sintomi, invece di aspettare, impedisce l’aggravarsi della malattia e quindi evita che si inneschi una degenerazione tale da portare a morte certa.

Ma chi sono questi medici che hanno deciso di affrontare eventuali rischi di contagio, in un momento in cui c’era massima confusione, linee guida insufficienti e, a detta di moltissimi pazienti, nessun tipo di assistenza domiciliare?

Si tratta di anestesisti, medici specialistici e di famiglia, che si sono in qualche modo “ribellati” sin dall’inizio alle direttive ufficiali e che si sono strutturati in associazioni (come ad esempio Ippocrate, giusto per citarne una), per garantire al cittadino il diritto ad essere curato, anche e soprattutto dal Covid.

Questi medici, infatti, hanno deciso molto semplicemente di fare il loro lavoro, andando a casa degli ammalati per curarli, come avevano sempre fatto in passato, con le normali medicine del prontuario medico, dimostrando (la casistica è molto ampia) che, così facendo si potevano salvare tutti, anche se anziani e/o con patologie pregresse …

A questa notizia già molto positiva, si aggiunga quella che sono allo studio nuovi farmaci più mirati e a breve, dovrebbero arrivare anche gli anticorpi monoclonali. Speriamo dunque che i nostri politici, per quanto vacanti in questo momento di transizione governativa, tengano conto, molto più che nei mesi passati di queste possibilità, onde ridurre il “delirio normativistico” (per dirla con il professor Cacciari) e le caotiche disposizioni “a colori” gialli, arancioni e rossi, decise sulla base di conteggi spesso errati o privi di criteri logici. Sempre per riprendere Cacciari in una puntata di Otto e mezzo, “I controlli vanno fatti dove servono, non così in generale per creare un clima allarmistico. E poi i dati me li vogliono dare in modo scientifico? … Se prima c’erano 100 tamponi e 10 contagiati, adesso che ci sono 10.000 tamponi è ovvio che ci sono, in proporzione, più contagiati … Ha un senso scientifico dare i dati in questo modo?”


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