“La Striscia di Gaza non è stata solo bombardata dalle forze armate israeliane: è stata sottoposta a un processo di alterazione topografica radicale e definitivo. Giganteschi bulldozer corazzati spianano case, orti, cimiteri e infrastrutture, mescolando suolo, resti umani e cemento per formare un paesaggio fatto di mobili dune di macerie”. A spiegarlo è l’architetto israeliano Yeal Welzman, intervistato da Francesca Albanese, relatrice speciale ONU sul territorio palestinese occupato, nel suo ultimo saggio “Quando il mondo dorme” (Rizzoli).
L’obiettivo strategico di questa violenza spaziale, sostiene Welzman nei suoi testi è annientare le fondamenta della società palestinese, affinché i profughi non abbiano letteralmente più alcun suolo a cui fare ritorno. “L’architettura è politica che decelera fino a diventare forma” scrive infatti, nel suo “Ungrounding. Architettura del genocidio”, recentemente pubblicato da Rizzoli. Il termine Ungrounding significa appunto “fare tabula rasa” e Welzman che è tra i massimi esperti della relazione tra violenza e ambiente, nonché fondatore dell’agenzia Forensic Architecture, attinge alle ricerche del suo team interdisciplinare, impegnato a documentare violazioni dei diritti umani in tutto il mondo e, nel caso specifico, a produrre prove per la causa di genocidio contro Israele presso la Corte internazionale di giustizia.
Il testo ci conduce nella “cartografia profonda” della regione, dai tunnel sotterranei di Gaza fino alla sua topografia militarizzata, agli insediamenti e alle barriere, dimostrando che l’analisi territoriale è fondamentale per comprendere la relazione tra colonizzatore e colonizzato.
La stessa Francesca Albanese, ritenuta una delle persone più competenti e autorevoli sullo status giuridico e sulla situazione dei palestinesi, riconosce a Welzman di aver dimostrato come la decolonizzazione sia cruciale per liberare sia i palestinesi che gli israeliani.
Anche leggendo “Quando il mondo dorme” si ha la sensazione che mano a mano si sgretolino le nostre certezze. Lo spirito di un luogo è fatto dalle persone che lo abitano, dalle storie che si intersecano nelle sue strade. E questo vale in modo particolare per la Palestina, custode di passaggi storici epocali e teatro di una delle più dolorose pagine di storia contemporanea. Attraverso le testimonianze di molti palestinesi, cambiamo i parametri ai quali siamo abituati: il concetto di colonialismo (che non siamo abituati a riconoscere), le politiche di apartheid e l’individuazione dei principi del diritto. Sgretolandosi le nostre certezze, ci ritroviamo anche noi in mezzo alle rovine.
Quelle rovine di cui trattano anche Tomà Berlanda e Camillo Boano, che a lungo hanno lavorato in contesti di conflitto, nel loro saggio “Polvere a Gaza” (Donzelli). A partire dalle macerie, gli autori riflettono sul ruolo dell’architettura di fronte alla distruzione e alla possibilità di una ricostruzione, nonché sul rapporto tra spazio, memoria e futuro, mettendo in discussione l’idea della ricostruzione come processo neutrale. A Gaza, i resti dell’ultima guerra sono diventati il nuovo suolo: la superficie su cui si dorme, si cucina, si seppelliscono i morti.
Chilometri e chilometri di desolazione. Chi vive a Gaza respira questa polvere e questa desolazione. Ma liberarsi dalle macerie, come promettono i piani di ricostruzione, significa cancellare la storia precedente per poterne scrivere un’altra: è un gesto che riguarda insieme la memoria e il futuro. Ricostruire significa anche confrontarsi con ciò che è stato distrutto, rivendicando il diritto alla memoria, al territorio e all’autodeterminazione. Ogni atto di costruzione è politico e può ripetere la logica dell’annichilimento, oppure restare con ciò che è stato spezzato, senza redimerlo, senza dimenticarlo.




