QUANTO COSTA L’IGNORANZA?

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Uno dei principali paradossi dell’Italia è che ci sono pochi laureati eppure, anche quei  pochi, non trovano lavoro.  Il nostro paese ha, infatti, un elevatissimo livello di disoccupazione intellettuale. A spiegarcelo è, tra gli altri, Giovanni Solimine, docente all’Università La Sapienza di Roma, in un libro recentemente pubblicato da Laterza che si intitola “Senza sapere. Il costo dell’ignoranza in Italia”.

Si tratterebbe, secondo Solimine, di un fenomeno che dipende da un sistema produttivo talmente invecchiato e debole da non essere in grado di assorbire la poca manodopera qualificata. Un sistema che affonderebbe le sue radici nella politica e nelle decisioni che hanno portato l’Italia a disinvestire negli ambiti dell’istruzione e della cultura. Sembra che, in tali ambiti, solo Grecia e Portogallo abbiano fatto peggio di noi. I dati di un indagine Ocse pubblicata lo scorso ottobre ci ricordano che il 70% della popolazione adulta non possiede le competenze ritenute minime e indispensabili per poter vivere da cittadini consapevoli in un secolo complesso come quello in cui viviamo. Siamo, infatti, all’ultimo posto in Europa per competenze linguistiche.

“Il costo di questa ignoranza” spiega l’autore “pesa come un macigno sullo sviluppo del nostro paese”.  Avendo scarse risorse naturali  ed essendo in ritardo su tutti i fronti, dovremmo investire il doppio in istruzione e cultura, invece è esattamente il contrario. A confermare le dichiarazioni di Solimine è anche la ricerca di Almalaurea di quest’anno sul livello di scolarizzazione in Italia. Il numero di laureati sarebbe, infatti, del 21%, contro il 39% dei paesi industrializzati Ocse. Il nostro paese si trova dunque piuttosto in basso alla graduatoria, più o meno alla pari con Repubblica Ceca e Turchia. Oggi solo 3 diciannovenni su 10 si immatricolano all’università ed il 16% degli immatricolati abbandona nel corso del primo anno di studi.

A parte i danni sull’economia e sullo sviluppo negli ambiti della ricerca e quindi dell’industria e del mercato del lavoro, c’è un problema di fondo maggiore. Secondo il noto economista indiano Amartya Sen (premio Nobel nel 1998), l’informazione e l’accesso all’istruzione e alla cultura rappresenta un bene necessario e fondamentale per la democrazia. Non a caso qualcuno già da tempo si domanda “E se fosse l’ignoranza il primo problema della democrazia in Italia?” Ad esserne convinto è, tra gli altri, il linguista Tullio De Mauro, il quale sostiene che “La democrazia vive se c’è un buon livello di cultura diffusa. Se questo non c’è, le istituzioni democratiche – pur sempre migliori dei totalitarismi e dei fascismi  –  sono forme vuote”.

Lo stesso Amartya Sen, pur non occupandosi precipuamente dell’Italia, spiega che non è sufficiente riconoscere i diritti, è necessario anche che le persone abbiano la capacità di esercitarli. Ne è un esempio il suffragio universale: diventa un diritto “vuoto” se i cittadini non sanno leggere e scrivere, o non conoscono il meccanismo elettorale e politico. Da qui l’importanza chiave dell’istruzione come contributo al benessere e allo sviluppo umano delle persone. “Una società in cui una robusta minoranza della popolazione non si informa, non controlla, non vota con discernimento, è una società impossibilitata ad autogovernarsi” sostiene il professor Fabrizio Tonello, docente di Scienze politiche all’Università di Padova (citato anche nel suddetto saggio di Solimine) e spiega che in un contesto come questo “Le elezioni diventano operazioni di marketing in cui prevalgono i candidati più ricchi o professionalmente meglio consigliati, trasformando i cittadini in spettatori. Le politiche pubbliche vengono decise per ragioni inconfessabili a vantaggio di pochi, spesso obbedendo ai dettami di un ideologia anziché a quelli di un dibattito razionale. La qualità della democrazia diminuisce con gravi danni per il benessere collettivo”.

Altri dati, che non starò qui a riportare (avendone già inseriti molti) dimostrano d’altronde come i paesi nei quali i livelli di istruzione (e di partecipazione alla vita culturale) sono più alti, sono anche quelli in cui la convivenza civile è più sviluppata, la corruzione e la criminalità, più contenute, la parità fra i sessi pienamente acquisita e gli indici di benessere collettivo decisamente più elevati. La conoscenza, infatti, rappresenta senza alcun dubbio un fattore di ricchezza, ma anche e soprattutto di inclusione sociale.

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